Diari di un viaggio in treno al campo di Auschwitz

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Odetta Barani

PIOMBINO 17 mar­zo 2015 — Lunedì 19 gen­naio è par­ti­to da Firen­ze, orga­niz­za­to dal­la Regione Toscana, Il Treno del­la Memo­ria Anche quest’anno la Provin­cia di Livorno ha coor­di­na­to la parte­ci­pazione delle scuole supe­ri­ori del ter­ri­to­rio e sono sta­ti 42 gli stu­den­ti, insieme a 7 inseg­nan­ti, che sono par­ti­ti per conoscere e appro­fondire, attra­ver­so la visi­ta ai luoghi del­lo ster­minio nazista e le tes­ti­mo­ni­anze dei sopravvis­su­ti, gli orrori del­la Shoah che han­no seg­na­to in maniera indelebile la sto­ria del ‘900 e la coscien­za dei popoli europei.
Gli stu­den­ti delle scuole supe­ri­ori di Piom­bi­no sono sta­ti 18, 12 fre­quen­tan­ti le clas­si quarte e quinte del­l’I­sis Car­duc­ci Vol­ta Pacinot­ti accom­pa­g­nati dalle inseg­nan­ti Barani Odet­ta e Nic­col­i­ni Lorel­la e 6 delle clas­si quinte del­l’I­sis Ein­au­di Cec­ca­rel­li accom­pa­g­nati dal­la prof.ssa Canac­ci­ni Enri­ca.
Durante il viag­gio, in treno, sia all’andata che al ritorno stu­den­ti e inseg­nan­ti han­no parte­ci­pa­to, nel­la car­roz­za ris­torante, ad incon­tri con gli esper­ti e con le asso­ci­azioni per appro­fondire alcu­ni temi come la Shoah, la per­se­cuzione di oppos­i­tori politi­ci, rom, sin­ti e omoses­su­ali durante il peri­o­do del naz­i­fas­cis­mo. L’ar­ri­vo pres­so la stazione di Oswiec­im-Auschwitz è sta­to il mart­edì mat­ti­na presto.
Durante il viag­gio è sta­ta effet­tua­ta la visi­ta ai campi di Birke­nau, pro­prio il mart­edì, ed Auschwitz 1, il mer­coledì. In entram­bi i campi si sono svolte cer­i­monie com­mem­o­ra­tive. A Birke­nau dopo la visi­ta del cam­po, si è for­ma­to un cor­teo di stu­den­ti che, rag­giungiun­to il Mon­u­men­to inter­nazionale, ha pro­nun­ci­a­to il nome il cog­nome e l’età di un depor­ta­to toscano che è sta­to loro asseg­na­to prma del viag­gio e sul quale ave­vano fat­to ricerche e appro­fondi­men­ti. Nel pomerig­gio a Cra­covia, abbi­amo assis­ti­to pres­so il Cin­e­ma Kijow allo spet­ta­co­lo di teatro musi­cale di Enri­co Fink e incon­tra­to Vera Vigevani Jarach che è dovu­ta fug­gire dall’Italia a causa delle leg­gi razz­iste del fas­cis­mo e subire le con­seguen­ze del­la per­se­cuzione polit­i­ca nel­la dit­tatu­ra argenti­na di Jorge Rafael Videla.
La visi­ta al cam­po di Auschwitz 1, il mer­coledì, è inizia­ta con la cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va che si è svol­ta pres­so il Bloc­co 11 (Muro del­la morte). Dopo la cer­i­mo­nia ogni grup­po indipen­den­te­mente ha vis­i­ta­to il cam­po ed il museo accom­pa­g­na­to da una gui­da autor­iz­za­ta del Museo-Memo­ri­ale.
Nel pomerig­gio a Cra­covia, anco­ra al Cin­e­ma Kijow gli stu­den­ti han­no incon­tra­to i tes­ti­moni.
Ci sarà un inter­ven­to intro­dut­ti­vo del­lo stori­co Gio­van­ni Gozzi­ni e poi le tes­ti­mo­ni­anze dei super­sti­ti, Andra e Tatiana Buc­ci, depor­tate ad Auschwitz anco­ra bam­bine, Mar­cel­lo Mar­ti­ni gio­vane staffet­ta par­ti­giana del­la resisten­za toscana, depor­ta­to all’età di quat­tordi­ci anni a Mau­thausen, Vera Miche­lin Salomon gio­vane antifascista arresta­ta a Roma e incar­cer­a­ta in una pri­gione nazista in Ger­ma­nia, ed una video-inter­vista ad Anto­nio Ceseri. Coordinerà l’incontro il diret­tore di Radio Rai3 Mario Sini­bal­di. Sono sta­ti proi­et­tati anche bre­vi fil­mati con altre tes­ti­mo­ni­anze. Alla fine dell’incontro i gio­vani han­no potu­to fare domande e pro­porre rif­les­sioni.
Il giovedì è sta­to ded­i­ca­to alla visi­ta di Cra­covia in par­ti­co­lare del quartiere ebraico, nel pomerig­gio siamo ripar­ti­ti per Firen­ze, dove siamo arrivati nel pomerig­gio di ven­erdì-
Il pro­gram­ma del viag­gio è sta­to molto inten­so, e forte da un pun­to di vista emo­ti­vo. Gli stu­den­ti era­no però preparati ad affrontar­lo, la Regione ha for­ni­to loro molto mate­ri­ale sul quale doc­u­men­tar­si, han­no fat­to un per­cor­so di for­mazione con le loro inseg­nan­ti che li ha impeg­nati da otto­bre sino alla set­ti­mana prece­dente la parten­za (quel­li del­l’I­sis Car­duc­ci Vol­ta Pacinot­ti per lo più sono al ter­zo anno di for­mazione per un prog­et­to d’Is­ti­tu­to che ormai va in con­ti­nu­ità da diver­si anni, con espe­rien­ze di visi­ta ad altri campi). Tut­ti i ragazzi era­no con­sapevoli che Auschwitz non è sta­to il folle dis­eg­no di un grup­pet­to di pazzi fanati­ci, ma che è sta­to reso pos­si­bile dal­la con­niven­za di migli­a­ia di per­sone in tut­ta Europa, Italia com­pre­sa, che sape­vano e han­no rifi­u­ta­to di por­si il prob­le­ma del­la pro­pria respon­s­abil­ità per­son­ale. Le inseg­nan­ti han­no cer­ca­to di attual­iz­zare l’or­rore di Auschwitz, riflet­ten­do sul mon­do di oggi, ponen­do inter­rog­a­tivi su come Hitler e i nazisti siano rius­ci­ti in pochi anni a trascinare un’in­tera nazione nel folle prog­et­to di dominio del mon­do e degli uomi­ni, sot­to­lin­e­an­do come centi­na­ia di per­sone nor­mali, comu­ni, per bene, abbiano abdi­ca­to alla ragione per subire il fas­ci­no del male, chi per scelta chi per rasseg­nazione, chi per mis­sione, chi per indif­feren­za o per abi­tu­dine: è sem­pre sta­to facile e con­tin­ua ad esser­lo scivolare nel­la zona gri­gia e scen­dere a com­pro­mes­si con la pro­pria coscien­za
Le aspet­ta­tive da parte delle inseg­nan­ti era­no sicu­ra­mente quelle di ogni edu­ca­tore che crede nei gio­vani e che spera di trasmet­tere loro ide­ali e val­ori che li aiuti­no a diventare adul­ti respon­s­abili, con­sapevoli, capaci di oppor­si a qualunque for­ma di intoller­an­za, razz­is­mo, per­se­cuzione.…
Pri­mo Levi dice­va “L’olo­caus­to è una pag­i­na del libro del­l’u­man­ità da cui non dovrem­mo mai togliere il seg­nal­i­bro del­la memo­ria”. Per­ché questo sia pos­si­bile è nec­es­sario che quan­do anche gli ulti­mi sopravvis­su­ti ci avran­no las­ci­a­to, ci siano altri “tes­ti­moni” che con­tin­uino a “leg­gere” ques­ta pag­i­na: questo è quel­lo che pen­so ogni inseg­nante accom­pa­g­na­tore vor­rebbe.….


I DIARI DEGLI STUDENTI

IMG_5520GAIA CANACCINI
LUNEDI’ 19
Quest’anno par­tire non è sem­plice, so già che sarà un viag­gio lun­go, dif­fi­cile e stan­cante. Ci aspet­tano più di 20 ore di viag­gio in treno e non solo: quest’anno la des­ti­nazione è Auschwitz, l’unico cam­po rimas­to qua­si intat­to ed in cui è pos­si­bile riv­i­vere il dram­ma che ha scon­volto e seg­na­to per sem­pre la sto­ria del mon­do. È la shoah e non l’Olocausto come ci spie­ga uno dei rap­p­re­sen­tan­ti del­la comu­nità ebraica: uti­liz­zare questo ter­mine, pret­ta­mente reli­gioso, equiv­ale a dire che gli ebrei furono un sac­ri­fi­cio fat­to a Dio per vol­ere di Dio in realtà ciò che è accadu­to è sta­to solo un vol­ere dell’uomo, è sta­ta la sua mano a com­piere questo gesto e la sua mente a met­tere su un prog­et­to di ster­minio così ben orga­niz­za­to.
È qui che inter­viene una rap­p­re­sen­tante del­la comu­nità ebraica, che con poche e pun­gen­ti parole mi fa pen­sare: ho sen­ti­to spes­so dire “dov’era Dio?”, sia quan­do si par­la di shoah sia quan­do si trat­ta di qualche strage o even­to cat­a­strofi­co attuale o morte causa­ta da inci­den­ti dovu­ti a dis­trazione umana ma per­ché non ci chiedi­amo più gius­ta­mente “dov’era l’uomo?”. Con­vin­ta ci dice che non è gius­to spar­lare del­la reli­gione ma è nec­es­sario cer­care i “respon­s­abili” fra gli uomi­ni, per­ché la col­pa non può essere attribui­ta a qual­cosa di supe­ri­ore.
Nonos­tante l’incontro non sia sta­to par­ti­co­lar­mente emozio­nante, dato che erava­mo in pie­di e tut­ti schi­ac­ciati, e per di più alle spalle degli inter­locu­tori, ho cap­ta­to frasi e con­cetti nuovi per le mie orec­chie che mi han­no par­ti­co­lar­mente incu­rios­i­to e col­pi­to:
1. Lo scopo del giorno del­la memo­ria non è ricor­dare i mor­ti nei campi di ster­minio, ma ben­sì far riflet­tere e capire come la mente umana pos­sa giun­gere ad orga­niz­zare un tale sis­tema di ster­minio, quan­to sia facile in una soci­età civile com­piere un gesto tal­mente incivile.
2. L’u­nic­ità del­la shoah sta nel con­statare come in così poco, l’Eu­ropa civ­i­liz­za­ta, la nos­tra soci­età, sia diven­ta­ta una macchi­na di ster­minio.
3 Stu­di­are la shoah non per ricor­dare le vit­time, ma per capire i carn­efi­ci
4 Esiste una cor­rente di pen­siero che rifi­u­ta l’u­ti­liz­zo del­la shoah per­ché appare come un modo per gli ebrei di richiedere dei dirit­ti.
5 Il sen­a­tore Ful­vio Colom­bo ave­va pro­pos­to il 16 otto­bre come data per il gorno del­la memo­ria, data del­la depor­tazione degli ebrei dal ghet­to di Roma, ma questo avrebbe volu­to dire, per l’I­talia, assumer­si le sue respon­s­abil­ità.
6 La riv­ol­ta del ghet­to di Varsavia è sta­ta scelta dal­la comu­nità ebraica polac­ca come loro giorno del­la memo­ria.
MARTEDI’ 20
Non lo so, non so davvero come com­in­cia­re a raccontare.….stasera è davvero dif­fi­cile: sarà la stanchez­za, sarà che le emozioni provate oggi sono davvero tante, troppe tutte insieme e così for­ti che ti inve­stono, smuovono tut­to quel­lo che hai den­tro, lo colpis­cono con vio­len­za, ma, insp­ie­ga­bil­mente, tu rimani fer­ma, immo­bile, con il ven­to fred­do che accarez­za il tuo viso e i pie­di che affon­dano nel fan­go.
E allo­ra ti chie­di, ti viene spon­ta­neo, come facessero loro, i depor­tati, a resistere indos­san­do solo un uni­forme, il più delle volte strap­pa­ta, sudi­cia, bagnata.…e con ai pie­di degli zoc­coli, sco­mo­di, duri, fred­di, con cui rimanevano impan­ta­nati nel fan­go. Non è pos­si­bile trovare una rispos­ta, né a ques­ta né alle altre domande che ti poni con­tin­uan­do a cam­minare. Ones­ta­mente, entran­do nelle barac­che in muratu­ra del bloc­co fem­minile di Birke­nau, fai fat­i­ca a credere che vera­mente delle per­sone abbiano potu­to, o meglio siano state costrette a dormire su scaf­fali di leg­no come quel­li: chia­mar­li infat­ti let­ti sarebbe un PARADOSSO, con­sideran­do che era­no a 3 piani, l’ul­ti­mo dei quali sen­za essere min­i­ma­mente soll­e­va­to da ter­ra e quin­di ricop­er­to di fan­go o ter­ra sec­ca, i piani supe­ri­ori era­no leg­ger­mente migliori, in quan­to lon­tani dal ter­reno, ma comunque sco­mo­di e sogget­ti alla cadu­ta di pidoc­chi o escre­men­ti prove­ni­en­ti dal piano supe­ri­ore o dal sof­fit­to.
Una cosa che sicu­ra­mente ho sen­ti­to è sta­to l’im­baraz­zo di fronte a quel­la impec­ca­bile orga­niz­zazione che con­trad­dis­tingue tut­to il cam­po, per­ché è vero che i tedeschi sono carat­ter­iz­za­ti da una cer­ta pre­ci­sione, ma notare che le barac­che era­no spec­u­lari fra loro e per­fet­ta­mente sim­met­riche, così come le altre costruzioni, così come i forni cre­ma­tori 2 e 3 sit­uati dove oggi si tro­va il mon­u­men­to com­mem­o­ra­ti­vo alle vit­time, così come i cre­ma­tori
4  e 5, più dis­tan­ti, oltre i mag­a­zz­i­ni denom­i­nati “Cana­da”, dove i depor­tati era­no costret­ti a las­cia­re tut­ti i beni che si era­no por­tati da casa, con­vin­ti di pot­er iniziare una nuo­va vita, ti las­cia basito.
Al ter­mine del­la visi­ta si è svol­ta la cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va durante la quale noi stu­den­ti abbi­amo pro­nun­ci­a­to il nome di tan­ti ebrei depor­tati, mor­ti o sopravvis­su­ti, nome che che ci era sta­to asseg­na­to pri­ma del­la parten­za e sul quale ave­va­mo prova­to a doc­u­mentar­ci: il silen­zio che ci cir­con­da­va era rot­to solo dalle nos­tre voci che crea­vano un’e­co assor­dante.
Cre­do di esser­mi resa real­mente con­to di quel­lo che ave­vo vis­to una vol­ta risali­ta in auto­bus e allo­ra ho pen­sato che no, non è sta­to uno scher­zo, e la pau­ra, l’an­sia, han­no inva­so il mio cor­po e mi sono sen­ti­ta triste.
“Sto­rie di ieri e mem­o­rie di oggi: da una com­plic­ità dei fat­ti del pas­sato e la volon­tà di ricor­dare e mem­o­riz­zare come abbi­amo fat­to oggi pro­nun­cian­do i nomi è un modo per essere un atti­mo anche noi ex depor­tati, figli del­la shoah. Pos­si­amo tentare di pre­venire il crear­si di una nuo­va situ­azione del genere. Per dire no alla guer­ra dob­bi­amo ricor­dare e mem­o­riz­zare.”
E’ così che Ugo Caf­faz apre l’in­con­tro del pri­mo pomerig­gio a Cra­covia durante il quale abbi­amo assis­ti­to allo teatrale di Enri­co Fink e alla travol­gente tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarach.
Fink, di orig­ine ebrea, ha deciso attra­ver­so la sua voce e la sua musi­ca di rac­con­tar­ci una sto­ria, la sto­ria del­la sua famiglia: è par­ti­to da un foto, una giac­ca (del non­no), e da un foglio del­la ques­tu­ra di Fer­rara che cer­ti­fi­ca­va l’ar­resto del bis­non­no. In realtà il suo è solo un inizio, infat­ti è una sto­ria in con­tin­ua costruzione, egli sta con­tin­uan­do a cer­care notizie sui non­ni che non ha mai conosci­u­to. Ha chiu­so il suo inter­ven­to con una poe­sia, “Addio mon­do” con la quale ha col­pi­to la mia sen­si­bil­ità.
A seguire abbi­amo ascolta­to la tes­ti­mo­ni­an­za di una don­na con una forza d’an­i­mo enorme e pen­so che, se tut­ti aves­si­mo un min­i­mo del­la sua forza sarem­mo in gra­do di affrontare sen­za pau­ra, le pic­cole cose che la vita ci mette con­tro.
Lei è Vera Vigevani Jarach, tes­ti­mone, pro­tag­o­nista e vit­ti­ma di due episo­di che han­no seg­na­to il sec­o­lo prece­dente: è nipote di un ebreo depor­ta­to, mor­to nei campi, e madre di una desa­pare­ci­dos, uccisa con i voli del­la morte.
La sua infanzia, come dice lei, finì con le leg­gi razz­iali che spin­sero la famiglia ad allon­ta­nar­si dal­l’I­talia e ad emi­grare in Argenti­na. Il suo prog­et­to è quel­lo di dimostrare la respon­s­abil­ità del gov­er­no fascista met­ten­do in evi­den­za gli ambiti in cui ciò è anco­ra nega­to, esaltare i giusti, e appro­fondire il tema delle “Terre promesse” . La ricer­ca di queste ultime si ripete nel tem­po, ma sem­pre con nuovi sin­to­mi: abbi­amo il deside­rio di costru­ire un ponte nel­la memo­ria gra­zie ai mezzi che ci offre la democrazia.
Vera ci dice che la democrazia ha inseg­na­to ad essere parte­cipi e a non stare mai in silen­zio quan­do ci ren­di­amo con­to che qual­cosa sta per suc­cedere. Con­dan­na pro­fon­da­mente il silen­zio, ci rac­con­ta di aver­lo det­to anche a Papa Francesco: al silen­zio deve oppor­si il rumore del­la memo­ria: quel­lo del treno che portò via suo non­no .…quel­lo del­l’aereo dal quale è sta­ta get­ta­ta sua figlia.…questo rumore ti scuote den­tro…
Si par­la sem­pre di rumore alla fine, quel rumore che, anche se non c’è niente attorno a te (come è suc­ces­so a Birke­nau), ti stordisce. Tra le tante cose che ha det­to ed ho cer­ca­to di anno­tare sul tele­fono, ricor­do che abbia sot­to­lin­eato il fat­to che le madri di Plaza de Majo non si siano fat­te gius­tizia con le pro­prie mani, ma che abbiano avu­to la forza di saper aspettare per far­si ascoltare: han­no sof­fer­to e aspet­ta­to tan­to, ma ce l’han­no fat­ta. Mi ha col­pi­to il fat­to che ci dica che la sua forza ven­ga dal­l’amore, che la vita è una sola.
Mi sono vera­mente sen­ti­ta pic­co­la, pic­co­la, quan­do alla doman­da “se fos­se con­tenta del­la sua vita”, Vera ha rispos­to di esser­lo: è nata in un paese mer­av­iglioso, l’I­talia, ha conosci­u­to l’Ar­genti­na che l’ha “sal­va­ta”, ha incon­tra­to l’amore del­la sua vita ed ha avu­to una figlia mer­av­igliosa, è vero che le è sta­ta por­ta­ta via, ma l’ha avu­ta.
È pro­prio questo l’im­por­tante: sen­tir par­lare i sopravvis­su­ti, i testimoni.….solo le loro voci pos­sono aiu­tar­ti a capire davvero quel­lo che è suc­ces­so, solo unen­do quel­lo che abbi­amo vis­to con quel­lo che abbi­amo udi­to, pos­si­amo davvero capire.
Vor­rei davvero che tutte le per­sone che non han­no con­di­vi­so il per­cor­so che mi por­ta­to fino a qui, capis­sero quan­to tut­to questo sia impor­tante, non solo per me che l’ho vis­su­to diret­ta­mente, ma anche per tut­ti col­oro che vor­ran­no ascoltare il mio rac­con­to.
MERCOLEDI’ 21
Il vedere non bas­ta, bisogna sapere! Il moti­vo per cui fac­ciamo i viag­gi è la curiosità di conoscere qual­cosa che anco­ra non conos­ci­amo. Noi abbi­amo vis­to il pos­to dove si è svolto il peg­gior atto di cat­tive­ria umana che la sto­ria abbia mai conosci­u­to.
Auschwitz 1 è la sec­on­da parte del­la mostru­osa macchi­na mes­sa in pie­di dai nazisti, che visi­ti­amo. Questo cam­po nasce come cam­po di con­cen­tra­men­to e di lavoro non per gli ebrei, ma per i cit­ta­di­ni polac­chi. La strut­tura del cam­po, det­to cam­po madre, era già pre­sente, ma viene mod­i­fi­ca­ta per pot­er essere sfrut­ta­ta al meglio. A par­tire dal­la cosid­det­ta “Soluzione finale”, ver­ran­no depor­tati qui preva­len­te­mente ebrei.
Una cosa abbas­tan­za scon­cer­tante è sta­to entrarvi all’in­ter­no, infat­ti, una vol­ta oltrepas­sato il can­cel­lo con la scrit­ta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), ti sem­bra di essere in un luo­go di vil­leg­giatu­ra, nel quale tut­to è in ordine e ben cura­to, gli edi­fi­ci per­fet­ta­mente allineati e numerati, con uno spazio ded­i­ca­to alla ban­da etc.…e invece no, ti bas­ta guardar­ti attorno per vedere recin­ti di filo spina­to e tor­rette di con­trol­lo, che non pos­sono non far­ti pen­sare che quel luo­go avesse un solo, scopo: con­cen­trare, sfruttare e spin­gere alla morte quelle per­sone inno­cen­ti che furono con­dan­nate ad un des­ti­no che nes­suno dovrebbe mai subire. Oggi le strut­ture vis­itabili sono adib­ite a musei e ospi­tano foto e pezzi di sto­ria. Sono tutte, in un modo o nel­l’al­tro, un pug­no nel­lo stom­a­co:
Il bloc­co 11, il bloc­co del­la morte, ti spi­az­za, per­ché qui puoi real­mente vedere i meto­di di pri­gio­nia che por­ta­vano alla morte i carcerati, inevitabil­mente.
Il bloc­co a lato, non vis­itabile, è il 10 e in questo i “medici” di Auschwitz 1 effet­tua­vano esper­i­men­ti sui depor­tati.
Ad unire i due bloc­chi, il “muro del­la morte”. Qui si spar­a­va a sangue fred­do ai depor­tati che ave­vano commes­so qualche dis­at­ten­zione.
Ad Auschwitz 1 è pos­si­bile vedere l’u­ni­ca cam­era a gas anco­ra intera­mente intat­ta. Quel­lo che si pro­va entran­do non è spie­ga­bile a parole, è qual­cosa che parte dal­lo stom­a­co, ma non si fer­ma lì, pas­sa alle gambe e alle brac­cia e tu non puoi far altro che cam­minare, trasci­nan­do il tuo cor­po, pesan­te­mente all’in­ter­no di quel­la stan­za oppri­mente.
L’es­pe­rien­za di Auschwitz 1 non è facile, come non lo è Birkenau.…è impos­si­bile tut­to.
È impos­si­bile soprat­tut­to rimanere indif­fer­en­ti quan­do le due sorelle Tatiana e Andra Buc­ci ci rac­con­tano la loro sto­ria all’in­ter­no del cam­po, ci par­lano del­la loro barac­ca, del­la loro indif­feren­za di fronte al pen­siero che la madre fos­se mor­ta…
E’ impos­si­bile rimanere indif­fer­en­ti quan­do Vera Salomon rac­con­ta la sua sto­ria, che l’ha vista incar­cer­a­ta a Regi­na Coeli pri­ma e poi in Ger­ma­nia e, umil­mente, affer­ma che la sua è una sto­ria pic­co­la, fat­ta di resisten­za e di ami­cizia. Nel­la sua tes­ti­mo­ni­an­za ques­ta è una cosa che ritor­na spes­so, l’im­por­tan­za del­l’am­i­cizia: ci dice con mol­ta sicurez­za che l’am­i­cizia e gli ami­ci, sono fon­da­men­tali in tut­ti i momen­ti del­la vita e sen­za è tut­to più dif­fi­cile.
Quel­lo che ti colpisce è la forza con cui queste per­sone rac­con­tano la loro sto­ria. Vera ci las­cia un mes­sag­gio impor­tante: ˂Di diver­so non c’è nes­suno, la diver­sità non esiste, quan­do pen­si alla diver­sità devi fer­mar­ti e dire che c’è qual­cosa di sbaglia­to˃.
È impos­si­bile rimanere indif­fer­en­ti, chi rimane indif­fer­ente ha bisog­no di essere aiu­ta­to, per­ché di fronte all’or­rore che è sta­to non si può rimanere indif­fer­en­ti, per­ché l’in­dif­feren­za è come il silen­zio di cui parla­va Vera Jarach: è un seg­nale che ci avverte che c’è il ris­chio che lì si ripro­pon­ga, un’al­tra vol­ta, un dram­ma come quel­lo che ha col­pi­to l’Eu­ropa nel sec­o­lo scor­so.
GIOVEDI’ 22, VENERDI’ 23
Siamo arrivati alla fine di questo viag­gio, il treno ci sta ripor­tan­do a casa e man­cano poche ore per riab­brac­cia­re le per­sone che ho las­ci­a­to ad aspet­tar­mi.
Quest’an­no, il mio ter­zo viag­gio del­la memo­ria, ho avu­to la for­tu­na di con­di­vider­lo con per­sone che mer­i­tano. Adesso mi sen­to in dovere di dire qual­cosa che pos­sa restare nel tem­po e pos­sa colpire molti:
E’ sta­ta dura, questo viag­gio è sta­to davvero dif­fi­cile, è sta­to fati­coso più di quan­to potes­si pen­sare, tem­pi ristret­ti, ore in pie­di, viag­gio in treno interminabile…e poi il cam­po, il vuo­to, le tes­ti­mo­ni­anze.
C’è sta­to anche un momen­to in cui, me ne ver­gog­no, ho las­ci­a­to che qual­cuno mi facesse sen­tire in col­pa, come se aves­si fat­to la scelta sbagli­a­ta a par­tire. È sta­to solo un momen­to, lo giuro!
Ho cre­du­to in questo per­cor­so fin da subito, dal momen­to in cui Odet­ta me lo ha pre­sen­ta­to, io ci ho cre­du­to e ci cre­do anco­ra e ci cred­erò sem­pre!
Non sarà una per­sona, e nem­meno 100, a far­mi dubitare di me e delle mie scelte. Questo prog­et­to, questo viag­gio, mi han­no aiu­ta­to a crescere, capire e anche un po’ a credere di più in me stes­sa.
Per me è sta­to un onore affrontare questo viag­gio e non ci sarà mai un momen­to in cui mi pen­tirò di aver­lo intrapre­so e di non aver­lo mai abban­do­na­to. E se sono rius­ci­ta ad arrivare fin qui lo devo solo ad una per­sona, la mia pro­fes­sores­sa.
Io oggi mi sen­to una per­sona migliore, in gra­do di cam­minare a tes­ta alta, con­sapev­ole di avere un grande com­pi­to, quel­lo di trasmet­tere agli altri, a chi non si sof­fer­ma a pen­sare, quel­lo che io ho sen­ti­to. Per­ché tut­ti i giorni, anche nelle cose più banali, si ripresen­tano atti di dis­crim­i­nazione e vio­len­za ed oggi non pos­si­amo più per­me­t­ter­lo.
È la fine del mio “diario di bor­do”, in cui ho cer­ca­to di met­tere il mio cuore; ma è solo l’inizio per il cam­mi­no che ho intrapre­so: gra­zie con tut­to il cuore, sarò riconoscente per tut­ta la vita.

IMG_4517ISABELLA DEVITO
LUNEDI’ 19
E’ il giorno del­la parten­za del Treno del­la Memo­ria 2015. Dopo ben due ore di ritar­do, final­mente siamo par­ti­ti. Lo scom­par­ti­men­to è spar­tano, forse rius­cire­mo a capire anco­ra di più quan­to sia sta­to duro il viag­gio dei depor­tati, sicu­ra­mente molto peg­gio del nos­tro.
Ver­so le 15 abbi­amo incon­tra­to la comu­nità ebraica che ci ha spie­ga­to il vero sig­ni­fi­ca­to di Shoah e la dif­feren­za che c’è con il ter­mine “Olo­caus­to”. Sono sta­ti gen­tili e disponi­bili, anche se il tem­po a nos­tra dis­po­sizione è sta­to poco.
Il nos­tro viag­gio in treno è con­tin­u­a­to con un deside­rio sem­pre mag­giore di arrivare. Abbi­amo vis­to paesi­ni innevati che sem­bra­vano pre­sepi, ma anche boschi oscuri e fit­ti che ci met­te­vano sem­pre più agi­tazione e che prob­a­bil­mente agi­ta­vano anche gli ebrei 70 anni fa.
MARTEDI’ 20
Siamo arrivati alla stazione di Oswiec­im (Auschwitz in tedesco) ver­so le 7.30, sen­za trovare alcun fioc­co di neve. Giun­ti al nos­tro auto­bus abbi­amo incon­tra­to Isabel­la, la nos­tra gui­da che ci accom­pa­g­n­erà in questi 3 giorni in Polo­nia.
La nos­tra pri­ma tap­pa è Auschwitz 2 – Birke­nau a pochi minu­ti di dis­tan­za dal cen­tro cit­tà. Purtrop­po non siamo potu­ti entrare dal can­cel­lo prin­ci­pale dal quale entra­vano i depor­tati poiché essendo quest’an­no il 70° dal­la lib­er­azione del cam­po, è sta­ta mon­ta­ta una strut­tura che copre tut­to l’ed­i­fi­cio che com­prende l’en­tra­ta.
Ci siamo diret­ti subito alla barac­ca n°25, adibi­ta ad “ospedale” per le donne. Le barac­che sono ben con­ser­vate e orig­i­nali, sui “let­ti” è pos­si­bile trovare alcune rose las­ci­ate in ricor­do dei cari.
Entran­do in questi dor­mi­tori si pro­va una sen­sazione di incredulità, sem­bra qua­si impos­si­bile che un essere umano rius­cisse a soprav­vi­vere al fred­do e alle malat­tie che era­no molto fre­quen­ti nel cam­po.
Subito dopo abbi­amo vis­i­ta­to la barac­ca dei bam­bi­ni, strut­tural­mente sim­i­le a quel­la prece­dente, ma con dis­eg­ni dip­in­ti sui muri. È come se quei bam­bi­ni cer­cassero di portare nel  lager un po’ del­la loro quo­tid­i­an­ità.
Lava­toi e latrine sono per­fet­ta­mente costru­iti, i nazisti ave­vano prog­et­ta­to tut­to con un rig­ore geo­met­ri­co ecla­tante.
Il bina­rio è sicu­ra­mente uno dei luoghi più toc­can­ti, per­ché è lì che veni­va deciso il des­ti­no dei pri­gion­ieri appe­na arrivati. Quelle lunghe rotaie che parti­vano da pae­si diver­si e lon­tani, ma che por­ta­vano ad una sola meta che qua­si sem­pre coin­cide­va con la morte.
Il cam­po è immen­so e dis­per­si­vo e men­tre ci spos­ti­amo da un pos­to all’al­tro noi, vis­i­ta­tori, pos­si­amo riflet­tere. Il mio pen­siero costante era cer­care di inter­pretare quel­la forte emozione mai prova­ta pri­ma. Sem­bra di essere sul set di un film hor­ror, ma purtrop­po questo è un pos­to reale, dove sono avvenu­ti fat­ti “bes­tiali” vera­mente. Chissà come si sen­ti­va un pri­gion­iero men­tre cam­mi­na­va in quel­l’im­men­sa dis­te­sa di ter­ra e fan­go.…
Molto prob­a­bil­mente guar­da­va il bosco di betulle, pae­sag­gio che ricor­da la lib­ertà e la seren­ità, e che per assur­do era l’an­ti­cam­era delle camere a gas e dei cre­ma­tori oggi dis­trut­ti. Vici­no ai cre­ma­tori si trova­vano dei laghet­ti arti­fi­ciali che ser­vivano per rac­cogliere le ceneri dei cadav­eri.
Vici­no a questo luo­go si trova­va il locale per l’ac­coglien­za dei nuovi inter­nati, qui veni­vano spogliati, rasati, sot­to­posti a dis­in­fezione, tat­uati, dopo di che diven­ta­vano un pez­zo di quel grande macchi­nario che è il lager.
Ver­so le 12 è inizia­ta la cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va: a noi stu­den­ti è sta­to asseg­na­to un depor­ta­to, ne dove­va­mo pro­nun­cia­re il nome e l’età al momen­to del­la depor­tazione. Dopo gli inter­ven­ti isti­tuzion­ali sono state recitate 3 preghiere, una in sin­to da un espo­nente del­la comu­nità rom e sin­ti di Pra­to, una in ebraico recita­ta da Enri­co Fink, poi è sta­ta let­ta una preghiera cat­toli­ca di padre Tur­ol­do.
Nel pomerig­gio ci siamo spo­sta­ti a Cra­covia dove al cin­e­ma Kiow abbi­amo assis­ti­to allo spet­ta­co­lo di Enri­co Fink sul­la sto­ria del­la sua famiglia, in cui si sono alter­nati can­ti e nar­razione, e alla tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarach sul­la shoah e sui desa­pare­ci­dos.
La sto­ria di Vera mi ha col­pi­to par­ti­co­lar­mente. Suo non­no è sta­to depor­ta­to ad Auschwitz e qui è mor­to, sua figlia Fran­ca è sta­ta rapi­ta e uccisa durante la dit­tatu­ra argenti­na degli anni ’70, a dis­tan­za di cir­ca 30 anni dopo “l’in­seg­na­men­to” di Auschwitz.
Ques­ta don­na, nonos­tante tut­to riesce a dimostrar­ci una forza incred­i­bile e una pos­i­tiv­ità travol­gente. Nes­suno, nem­meno lei stes­sa si spie­ga come abbia fat­to a super­are  tut­to. Per pot­er sfug­gire alla depor­tazione e soprav­vi­vere, Vera con i suoi gen­i­tori è sta­ta costret­ta a las­cia­re l’I­talia e ad andare in Argenti­na, luo­go in cui dopo la guer­ra si sono rifu­giati anche molti capi nazisti. Par­la lei stes­sa di ques­ta trop­pa pos­i­tiv­ità, che sec­on­do me però è l’u­ni­ca cosa che può aiutare ad affrontare cer­ti osta­coli.
Non si spie­ga bene, ma sono per­sone come lei che dan­no sem­pre più forza a noi gio­vani e ci sti­molano a non arren­der­ci.
MERCOLEDI’ 21
Anche oggi la gior­na­ta inizia presto e tut­ti noi pen­si­amo di dover­la affrontare in modo anco­ra più forte ed inten­so.. Ci siamo recati al cam­po madre di Auschwitz 1. Si tro­va molto vici­no alla cit­tà e il pri­mo pen­siero va a come i cit­ta­di­ni abbiano igno­ra­to tut­to quel­lo che sta­va succe­den­do nel cam­po.
È molto più pic­co­lo di Birke­nau e si nota la dif­feren­za tra cam­po di lavoro e ster­minio. È costru­ito in modo molto pre­ciso e lin­eare, ben ordi­na­to, in modo qua­si mani­a­cale. La pri­ma cosa che mi ha col­pi­to è sta­ta la “B” del­l’in­seg­na del can­cel­lo, mes­sa sot­toso­pra, forse come atto di ribel­lione dei pri­gion­ieri ver­so i nazisti.
La cam­era a gas e il forno cre­ma­to­rio di Auschwitz 1 sono gli uni­ci orig­i­nali anco­ra rimasti: entran­do nel­la pri­ma si pro­va un sen­so di angos­cia che diven­ta sem­pre più forte man mano che ci si avvic­i­na alle botole da cui i tedeschi inserivano lo zik­lon b.
Ci siamo poi diret­ti ver­so il “muro del­la morte”dove si è svol­ta un’al­tra cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va: dopo gli inter­ven­ti isti­tuzion­ali tra i quali c’è sta­to anche quel­lo del­la rap­p­re­sen­tante del Par­la­men­to degli Stu­den­ti, è sta­ta depos­ta una coro­na di rose ai pie­di del muro, in memo­ria delle vit­time.
Dopo la cer­i­mo­nia è inizia­ta la visi­ta dei bloc­chi. È incred­i­bile pen­sare che real­mente un uomo pos­sa essere sta­to lì. Men­tre cam­mini­amo tra le vie del cam­po, ven­gono alla mente tut­ti i lib­ri che rac­con­tano, ma in par­ti­co­lar modo mi è tor­na­ta alla mente la poe­sia di Pri­mo Levi, che è un moni­to a non dimen­ti­care i cri­m­i­ni di Auschwitz. Mai come in questo momen­to, sono rius­ci­ta a capire cosa Levi inten­desse dire: l’uo­mo non è più uomo ma è un numero.
Altro momen­to scon­vol­gente è sta­to vedere mon­tagne di valige, occhiali, spaz­zole, scarpe, ma soprat­tut­to capel­li. Capel­li di donne che dove­vano servire per fare stoffe per le uni­for­mi delle SS.
La visi­ta del Bloc­co 11 è molto emozio­nante per­ché nelle celle che si trovano nel sot­ter­ra­neo provi­amo una sen­sazione di oppres­sione anche noi vis­i­ta­tori, pur sapen­do che dopo poco torner­e­mo alla lib­ertà. Sono luoghi che colpis­cono e las­ciano un ricor­do indelebile soprat­tut­to quan­do ripen­si­amo a ciò che abbi­amo vis­to in maniera più luci­da.
Nel pomerig­gio anco­ra al cin­e­ma Kiow, abbi­amo incon­tra­to Mar­cel­lo Mar­ti­ni, depor­ta­to politi­co a Math­ausen, il più gio­vane, Vera Salomon, altra depor­ta­ta da gio­vane a Dachau, anche lei polit­i­ca, e infine le 2 sorelle Buc­ci depor­tate bam­bine ad Auschwitz e scelte dal dot­tor Men­gele, per­ché sem­bra­vano gemelle, per i suoi esper­i­men­ti.
Sono questi incon­tri i momen­ti più toc­can­ti, soprat­tut­to per­ché i sopravvis­su­ti han­no avu­to una grande forza d’an­i­mo per rac­con­tare le loro sto­rie, sem­bra qua­si che siano loro a dare la forza a noi stu­den­ti e non vicev­er­sa.
Non han­no per­so la sper­an­za anche nelle situ­azioni dis­umane r ter­ri­bili.
Siamo rien­trati in alber­go, dis­trut­ti, ma sicu­ra­mente cam­biati, mat­u­rati.
GIOVEDI’ 22
E’ arriva­to il momen­to di rifare le valige per­ché il nos­tro treno riparte. Dopo una breve cer­i­mo­nia di chiusura, sem­pre diret­ta da Ugo Caf­faz, siamo risal­i­ti sul treno per tornare a Firen­ze. Durante il viag­gio abbi­amo potu­to incon­trare le sorelle Buc­ci per poter­gli fare delle domande. Sono state gen­tili e disponi­bili, come se par­lassero ai loro nipoti.
VENERDI’ 23
Siamo giun­ti vera­mente al ter­mine di questo viag­gio ed è in questo momen­to che capis­co la grande for­tu­na che ho avu­to nel par­tire. Torno a casa, sicu­ra­mente cam­bi­a­ta, mi sen­to un po’ più matu­ra e con un’opin­ione diver­sa sulle mie pri­or­ità: ciò che ritene­vo un prob­le­ma, ora lo vedo solo come una scioc­chez­za da non pren­dere in con­sid­er­azione.
Ora il mio com­pi­to, come per gli altri, è quel­lo di rac­con­tare ciò che abbi­amo vis­to e  prova­to, per­ché tut­ti si con­vin­cono che non ci dovran­no più essere tragedie del­la por­ta­ta di ques­ta di Auschwitz, oppure come dice Levi “ vi si sfac­cia la casa, la malat­tia vi impedis­ca, i vostri nati tor­cano il viso da voi”.

IMG_4574ANNA CONFORTI
LUNEDI’ 19
Oggi è il pri­mo giorno di viag­gio. Questo è un viag­gio diver­so da quel­li che ho fat­to fino ad ora, sono emozion­a­ta, un po’ mal­in­con­i­ca, stan­ca. In realtà non so come mi sen­to davvero, sen­to tante cose con­trastan­ti tra di loro. Ci aspet­tano 20 ore di viag­gio, siamo in 6 in uno scom­par­ti­men­to piut­tosto pic­co­lo e sco­mo­do, abbi­amo cal­do e la cena non è sta­ta il mas­si­mo e da quan­do siamo salite non fac­ciamo altro che lamentar­ci, ma se poi pen­so che i depor­tati han­no fat­to questo viag­gio sen­za sapere la des­ti­nazione, sen­za sapere cosa avreb­bero trova­to, un viag­gio al buio in con­dizioni diverse dalle nos­tre oggi…
Ver­so le 15 abbi­amo parte­ci­pa­to all’in­con­tro con la Comu­nità Ebraica, non mi ha entu­si­as­ma­to molto, ma bel­lo è sta­to l’in­ter­ven­to di una sig­no­ra che ha det­to: <Noi ci chiedi­amo sem­pre: “Dove era Dio ad Auschwitz”, ma la vera doman­da da far­ci è: “Dove era l’uomo?”perché chi ha volu­to Auschwitz non pote­va essere ritenu­to uomo.>
Pen­so di tornare da questo viag­gio diver­sa, cresci­u­ta sicu­ra­mente, con qual­cosa in più, diven­tan­do anch’io una “tes­ti­mone” di ciò che è sta­to.
Adesso ci prepari­amo per la gior­na­ta di domani che sarà stan­cante, ma soprat­tut­to piena di emozioni.
MARTEDI’ 20
Un briv­i­do con­tin­uo lun­go tut­ta la gior­na­ta di oggi. È la quar­ta vol­ta che strap­po la pag­i­na per­ché non riesco a trovare le parole per descri­vere ques­ta gior­na­ta.
Oggi abbi­amo vis­i­ta­to il cam­po di con­cen­tra­men­to e ster­minio di Auschwitz 2 – Birke­nau. Solo la paro­la “ster­minio” mi fa venire i bri­v­i­di, mi da un sen­so di fred­dez­za, soli­tu­dine e lon­tanan­za da un fat­to che in realtà è molto più vici­no a noi di quan­to si pos­sa pen­sare. Pri­ma di entrare prob­a­bil­mente non mi ren­de­vo con­to di dove mi trova­vo, era come se per qualche momen­to non provas­si niente, una sen­sazione strana e fas­tidiosa, ma una vol­ta pas­sato il can­cel­lo e la recinzione di filo spina­to, le emozioni sono iniziate ad affio­rare e subito mi sono venute le lacrime agli occhi immedes­i­man­do­mi nei depor­tati che cer­ca­vano di soprav­vi­vere a quelle tor­ture, a quei lavori, a quei “posti”, a quel­l’odore di morte che ormai era­no diven­tati il loro quo­tid­i­ano, a cer­care di capire cosa pen­sa­vano delle loro con­dizioni, o cosa prova­vano nei con­fron­ti di col­oro che han­no con­tribuito a ren­dere la loro vita un infer­no. E poi mi sono chi­es­ta cosa sta­vo provan­do io, cosa pen­sa­vo, come mi sen­ti­vo, per­ché. E non ho trova­to una rispos­ta.
Dopo aver­ci las­ci­a­to qualche min­u­to per riflet­tere su quel luo­go dove erava­mo appe­na entrati, la gui­da ha inizia­to a dar­ci alcune infor­mazione storiche, pas­san­do poi alle spie­gazioni sui vari bloc­chi. Noi erava­mo nel­la parte fem­minile del cam­po e il pri­mo bloc­co in cui siamo entrati è sta­to quel­lo “del­la morte” dove le inter­nate aspet­ta­vano la morte, molte sper­a­vano arrivasse presto per porre così fine alle loro sof­feren­ze.
Quan­do sono entra­ta sono iniziati bri­v­i­di, pen­sare a quante per­sone han­no pas­sato l’ul­ti­ma parte del­la loro vita in questo bloc­co, costrette a dormire su quei let­ti, se così si pos­sono definire, o addirit­tura nel fan­go.
Pros­eguen­do siamo entrati nel­la barac­ca dei bam­bi­ni nel­la quale mi si sono bloc­cate le gambe e sono rimas­ta fer­ma immo­bile di fronte a due dis­eg­ni sulle pareti del cor­ri­doio cen­trale, in uno dei quali era dis­eg­na­ta una scuo­la con dei bam­bi­ni sor­ri­den­ti che con alcu­ni giochi si avvic­i­na­vano per entrare. Sono rimaste fer­ma con la tremarel­la alle gambe, inca­pace di muover­mi per qualche min­u­to davan­ti a questo dis­eg­no. Come si fa a dipin­gere una scuo­la a Birke­nau?
Siamo poi arrivati ai bina­ri e quin­di ad uno dei car­ri bes­ti­ame su cui veni­vano costret­ti a stare i depor­tati per viag­gi che dura­vano giorni e giorni. Non c’era modo di pot­er vedere den­tro e questo sig­nifi­ca che non c’era modo di res­pi­rare, a meno che una per­sona non fos­se molto alta.
Altri bri­v­i­di.
Men­tre ci stava­mo avvic­i­nan­do al bosco di betulle e quin­di alle camere a gas e ai forni cre­ma­tori ormai dis­trut­ti, mi sono come iso­la­ta, non sen­ti­vo più alcu­na voce, c’era un silen­zio fas­tidioso, rumor­oso, il silen­zio del­la morte, il silen­zio che c’era allo­ra, nel caso dei “desa­pare­ci­dos”, come ci ha det­to Vera Vigevani Jarach, una mil­i­tante del­la memo­ria come lei stes­sa si definisce, e oggi in molti fat­ti (ad esem­pio la mafia) che si vogliono nascon­dere, forse per ver­gogna, forse per pau­ra.
Cre­do che il silen­zio sia una delle armi più poten­ti, se non la più potente, per­ché con ques­ta arma che tut­ti pos­si­amo avere, per­me­t­ti­amo lo svilup­po e la con­cretiz­zazione di fat­ti come questi.
Pen­so di esser­mi resa con­to davvero di dove ero e che cosa sta­vo provan­do in ques­ta situ­azione: soli­tu­dine, inadeguatez­za, e trop­po pic­co­la in mez­zo a ques­ta orga­niz­zazione dia­bol­i­ca.
Pri­ma del­la cer­i­mo­nia al mon­u­men­to sono sta­ta “inter­vis­ta­ta”, sul nome che avrei dovu­to pro­nun­cia­re e nel dir­lo mi sono com­mossa e mi si è rot­ta la voce, per­ché ormai Gior­gio Piper­no fa parte del­la mia famiglia, un par­ente di cui bisogna far memo­ria.
Il pomerig­gio abbi­amo assis­ti­to allo spet­ta­co­lo di Enri­co Fink, che rac­con­ta­va la sto­ria del suo bis­non­no, poi c’è sta­ta la tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarach. È sta­ta molto com­movente, soprat­tut­to quan­do rac­con­ta­va la sto­ria di suo non­no facen­do un accen­no al rap­por­to che ave­va con lui e il mio pen­siero è vola­to subito al mio di non­ni, per­ché il rap­por­to che ave­vo con lui era molto sim­i­le.
Vera ci ha rac­con­ta­to anche di sua figlia, Fran­ca, una dei 30mila desa­pare­ci­dos. Rac­con­ta­va ques­ta sto­ria con una tran­quil­lità par­ti­co­lare, una tran­quil­lità che solo una don­na con la sua forza e il suo cor­ag­gio pote­va avere.
MERCOLEDI’ 21
Sta­mani la sveg­lia è suona­ta molto presto per affrontare una gior­na­ta piena di tris­tez­za e di emozioni.
Durante tut­to il viag­gio per Auschwitz mi sono chi­es­ta che cosa avrei prova­to oggi, pen­sa­vo di essere prepara­ta, ma in realtà non lo ero affat­to. Una vol­ta arriva­ta nel piaz­za­le ho guarda­to fuori dal finestri­no e la pri­ma cosa che ho vis­to è sta­to il filo spina­to che cir­con­da tut­to il cam­po e nel­la mia mente è apparsa qualche immag­ine di film che ho vis­to, pri­gion­ieri che vi si get­ta­vano con­tro per porre fine alle loro sof­feren­ze, e un briv­i­do mi ha per­cor­so tut­ta la schiena.
“Arbeit macht frei” ques­ta sono le parole scritte sopra il can­cel­lo di entra­ta al cam­po. Sapen­do quel­lo che avveni­va al di là di quel can­cel­lo ho subito pen­sato alla mal­vagità che carat­ter­iz­za­va i nazisti.
Una vol­ta var­ca­ta la soglia d’entrata, mi è sem­bra­to qua­si di fare un salto in dietro nel tem­po e mi sem­bra­va di vedere lì, davan­ti ai miei occhi, dei depor­tati costret­ti a fare lavori esten­u­an­ti e le SS che li con­trolla­vano e si diverti­vano nel vedere quelle per­sone sof­frire. Pro­prio all’ingresso ave­vano posizion­a­to un’orchestra che dove­va suonare per “salutare ed accogliere i depor­tati” e mi sem­bra­va di sen­tire quelle musiche, quelle marce.
Ad Auschwitz 1 i bloc­chi, una vol­ta “casa” dei pri­gion­ieri, sono adibiti a museo. I vari stan­zoni oggi sono pieni di foto ingrandite: guardan­do gli occhi di alcu­ni di loro ho potu­to leg­gere il ter­rore di chi ave­va già capi­to dove li avrebbe por­tati quel treno, che non sareb­bero mai più tor­nati. Guardan­do anco­ra atten­ta­mente altri occhi, altri volti, ne ho notati 4 che fan­no un mez­zo sor­riso al fotografo che li immor­ta­la­va, loro non ave­vano anco­ra capi­to.
La gui­da ci ha por­tati in un’altra stan­za e le gambe mi iniziano a tremare, gli occhi a riem­pir­si di lacrime, e ogni pen­siero nel­la mia mente las­cia spazio alla rab­bia, rab­bia nei con­fron­ti di chi ha per­me­s­so certe bar­barie. Per loro nes­suna gius­ti­fi­cazione.
In quel­la stan­za c’era una vetra­ta lun­ga, qua­si 12 metri, riem­pi­ta da capel­li, capel­li che i nazisti tagli­a­vano alle donne, facen­do così perdere loro ogni dig­nità, ren­den­dole tutte uguali. Capel­li che poi invi­a­vano in Ger­ma­nia alle indus­trie tes­sili.
L’indignazione e la rab­bia aumen­ta­vano man mano che si entra­va in altre stanze. Una vetra­ta piena di valige, con anco­ra scrit­to all’esterno nome e cog­nome.
Ormai non mi stupi­vo più di niente, come se mi aspet­tas­si che i nazisti potessero com­met­tere sim­ili atroc­ità. Nonos­tante questo, la tris­tez­za per i depor­tati, il dis­prez­zo ver­so chi ave­va orga­niz­za­to questo piano dia­bol­i­co, la rab­bia ver­so chi in qualunque modo ave­va per­me­s­so che questo accadesse, anche solo rima­nen­do in silen­zio, cresce­vano den­tro di me.
Altre vetrate: occhiali, pen­tole, protesi…..i nazisti req­ui­si­vano qual­si­asi cosa.
Ciò che più mi ha dato fas­tidio, è sta­to vedere tutte quelle scarpine, vesti­ti­ni di bam­bi­ni inno­cen­ti che non sono mai diven­tati gran­di.
Non ho parole per le innu­merevoli atroc­ità che qui veni­vano commesse quin­di mi lim­iterò ad elen­car­le: il muro del­la morte dove si eseguiv­ano le fucilazioni, minus­cole celle sot­ter­ra­nee dove veni­vano rinchiuse 4 per­sone e vi si las­ci­a­vano finché non mori­vano, tut­to il Bloc­co 11, il bloc­co delle tor­ture, dove nes­suno ha mai saputo con pre­ci­sione cosa vi avvenisse all’in­ter­no.
Mal­gra­do il ten­ta­ti­vo dei nazisti di annientare l’u­man­ità e la fratel­lan­za, fra i depor­tati ci sono sta­ti casi in cui la sol­i­da­ri­età tra gli uomi­ni ha pre­so il sopravven­to, come nel caso di Padre Mas­si­m­il­iano Kolbe che si offrì di morire al pos­to di un detenu­to nel ten­ta­ti­vo di sal­var­gli la vita per­ché era un padre di famiglia. Venne rinchiu­so nel Bloc­co 11, dove attese, pre­gan­do, la fine.
Nel pomerig­gio abbi­amo assis­ti­to alle tes­ti­mo­ni­anze di 4 sopravvis­su­ti: Mar­cel­lo Mar­ti­ni, Vera salom, Andra e Tatiana Buc­ci. Sono state tutte molto com­moven­ti, ma quelle che mi han­no col­pi­to di più sono le sorelle Buc­ci. È la sec­on­da vol­ta che sen­to la loro sto­ria, la conosco qua­si a memo­ria, ma non mi stan­co mai di ascoltar­la, incan­ta­ta. Oggi sono rius­ci­ta ad abbrac­cia­r­le, bacia­r­le e a fare una foto con una di loro, mi riten­go molto for­tu­na­ta di aver conosci­u­to queste due per­sone così for­ti e spe­ciali dalle quali vor­rei pren­dere esem­pio.
VENERDI’ 23
Siamo sul treno, in viag­gio ver­so casa, siamo tutte molto stanche, ma tutte insieme abbi­amo par­la­to. Scam­bian­do­ci le nos­tre emozioni, sen­sazioni, opin­ioni, su questo viag­gio che mai dimen­ticher­e­mo.
I depor­tati quan­do entra­vano ad Auschwitz, veni­vano marchiati con un numero, noi allo stes­so modo siamo sta­ti “marchiati”, da questo viag­gio che porter­e­mo sem­pre con noi, che rac­con­ter­e­mo ai nos­tri ami­ci, par­en­ti, diven­tan­do anche noi tes­ti­moni. Sono con­tenta di aver con­di­vi­so ques­ta espe­rien­za con questo grup­po di per­sone dove ho trova­to nuove ami­cizie e raf­forza­to altre che con gli anni ave­vo per­so.
Vera Vigevani ave­va ragione quan­do all’in­con­tro di mart­edì ha det­to che l’am­i­cizia è l’au­gu­rio e il rega­lo più bel­lo che si pos­sa fare.…

IMG_4621IRENE PERILLO
LUNEDI’ 19
Ha inizio il nos­tro viag­gio del­la memo­ria! Siamo in treno e domat­ti­na arriver­e­mo ad Oswiec­im dove parteciper­e­mo alla cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va al Mon­u­men­to Memo­ri­ale alle vit­time del­la depor­tazione.
Alla parten­za ci sono sta­ti con­seg­nati dei lib­ri sul cam­po e altri di tes­ti­mo­ni­an­za di depor­tati che potran­no dis­trar­ci dal lun­go viag­gio ver­so la Polo­nia.
In treno abbi­amo anche parte­ci­pa­to ad un incon­tro con la Comu­nità ebraica di Firen­ze: è sta­to inter­es­sante.
Si è fat­ta sera, la stanchez­za si fa sentire…è arriva­to il momen­to di dormire in atte­sa del­la lun­ga, ma entu­si­as­mante gior­na­ta di domani!
MARTEDI’ 20
Giorno d’ar­ri­vo, final­mente! Oggi ci aspet­ta una lun­ga gior­na­ta: sta­mani vis­iter­e­mo il cam­po di ster­minio di Auschwitz 2 – Birkenau…le emozioni saran­no molte e forse, in cer­ti casi, inde­scriv­i­bili, ma proverò comunque a ripor­tar­le.
La visi­ta com­in­cia con la descrizione gen­erale del cam­po fat­ta dal­la gui­da che ci spie­ga che i pri­mi inter­nati in questo cam­po era­no solo polac­chi e che prob­a­bil­mente nes­suna famiglia è rius­ci­ta a sal­var­si dal­la depor­tazione di un famil­iare. Abbi­amo vis­i­ta­to varie barac­che e per­cor­so tut­to il cam­po: è immen­so e quel­lo che abbi­amo scop­er­to su come veni­vano trat­tati i “lavoratori”mi ha las­ci­a­ta sen­za parole.
Durante tut­ta la visi­ta ho con­tin­u­a­to a chie­der­mi se fos­se suc­ces­so davvero quel­lo che sta­vo veden­do, ma soprat­tut­to come un uomo avesse potu­to trasfor­mare i suoi sim­ili (uomi­ni, donne e bam­bi­ni) in vere e pro­prie bestie!
La gui­da ci ha por­ta­to a vis­itare la barac­ca 25, all’in­ter­no del­la quale veni­vano tenute le donne inabili al lavoro, sin­ce­ra­mente, veden­do i let­ti dove sta­vano fino a 12 donne per piano dal ’44 in poi, ho prova­to a chie­der­mi quale piano fos­se il migliore ma non sono sta­ta in gra­do di dar­mi una rispos­ta…
Nel­la barac­ca dei bam­bi­ni sul muro del cor­ri­doio cen­trale c’è dis­eg­na­ta a tem­pera una scuo­la come per illud­er­li che lì avreb­bero potu­to con­durre una vita nor­male e diver­tir­si.…
I bam­bi­ni pre­sen­ti in quel­la barac­ca era­no quel­li scelti per gli esper­i­men­ti medici del Dot­tor Men­gele, “l’an­ge­lo del­la morte”, tan­ti dei quali gemel­li. Men­gele si pre­sen­ta­va loro come un bra­vo uomo (come rac­con­tano anche le sorelle Buc­ci), per poi uti­liz­zarli per scopi dis­umani.
In segui­to siamo andati a vis­itare i forni cre­ma­tori: ne sono sta­ti costru­iti molti, migliori ogni vol­ta e quan­do era­no tut­ti pieni i cadav­eri veni­vano bru­ciati su roghi all’aria aper­ta. In questo cam­po anche le camere a gas sono andate dis­trutte, si può però immag­inare che cosa suc­cede­va all’in­ter­no di esse…e questo crea una sen­sazione di angos­cia, di pau­ra, pen­san­do a tut­to quel­lo che la mente umana è rius­ci­ta da ideare.
La visi­ta si è con­clusa con una cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va davan­ti al mon­u­men­to memo­ri­ale di Birke­nau: ognuno di noi stu­den­ti pre­sen­ti ha pro­nun­ci­a­to nome e età di un depor­ta­to sot­to l’as­colto di alcu­ni sopravvis­su­ti. La cer­i­mo­nia è sta­ta molto toc­cante.
Nel pomerig­gio ci siamo recati a teatro dove abbi­amo potu­to ascoltare la sto­ria del bis­non­no di Enri­co Fink, ebreo. Ha real­iz­za­to un vero e pro­prio spet­ta­co­lo teatrale/musicale can­tan­do melodie ebraiche che prob­a­bil­mente can­ta­va anche suo bis­non­no, cat­turan­do la nos­tra atten­zione.
La sec­on­da tes­ti­mo­ni­an­za è sta­ta quel­la di Vera Vigevani Jarach, ital­iana, di padre ebreo, antifascista. Ci rac­con­ta la sto­ria del­la pro­pria famiglia: nel 1938, con l’en­tra­ta in vig­ore delle leg­gi razz­iali, gra­zie all’in­sis­ten­za del­la madre, con­sapev­ole del fat­to che altri­men­ti sareb­bero sta­ti depor­tati, si trasferisce con la famiglia in Argenti­na, il non­no rimane a Milano e viene depor­ta­to ad Auschwitz dal “Bina­rio 21”.
Vera lo descrive come un bina­rio con tre vago­ni, uno oggi vis­itabile, dove i bam­bi­ni che non arriva­vano alle fes­sure poste in alto per res­pi­rare, ave­vano poche pos­si­bil­ità di soprav­vi­vere al viag­gio. Il non­no era sta­to cat­tura­to a causa del tradi­men­to dei “pas­satori” ai quali ave­va dato dei sol­di per­ché lo con­ducessero in Svizzera. Vera si definisce una mil­i­tante del­la memo­ria e lo è a tut­ti gli effet­ti anche per un altro even­to che ha col­pi­to la sua vita, ma soprat­tut­to il suo cuore: la sparizione e la morte del­la figlia Fran­ca a causa del­la dit­tatu­ra argenti­na degli anni ’70. la sua tes­ti­mo­ni­an­za è sta­ta molto toc­cante e ha aiu­ta­to tut­ti noi stu­den­ti a riflet­tere sul­la vita, ci ha inseg­na­to che non dob­bi­amo mai perdere la forza di com­bat­tere con­tro tut­to ciò che osta­co­la il nos­tro cam­mi­no, ma soprat­tut­to lottare per la gius­tizia.
La vedo come un esem­pio, per­ché, dici­amo­ci la ver­ità, quan­ti di noi rius­cireb­bero a rac­con­tare con il sor­riso sul volto la morte del­la pro­pria figlia. Ma Vera l’ha fat­to e meri­ta ogni tipo di ringrazi­a­men­to ad ognuno di noi per la forza e la sper­an­za che ci ha dato con le sue parole.
MERCOLEDI’ 21
Da Cra­covia l’au­to­bus ci ha ripor­ta­to ad Oswiec­im dove abbi­amo vis­i­ta­to Auschwitz 1. Cre­do che quel­lo che abbi­amo vis­to lì sia la pro­va mate­ri­ale di quel­lo che è suc­ces­so: i cumuli di scarpe, capel­li, spaz­zole ed altri ogget­ti di uso quo­tid­i­ano, mi han­no fat­to riflet­tere sui pen­sieri dei depor­tati alla partenza.….poi alle sper­anze dis­trutte all’ar­ri­vo nel cam­po, nel quale ognuno di loro ha per­so la pro­pria iden­tità ed alcu­ni perfi­no la pro­pria fede.
Abbi­amo vis­i­ta­to vari bloc­chi ed ho potu­to notare vari reper­ti che mi han­no col­pi­to vera­mente molto… In una stan­za sono sta­ti ripor­tati sul muro ad altez­za di bam­bi­no, alcu­ni dis­eg­ni che i bam­bi­ni ave­vano fat­to nel­la loro barac­ca: mi ha col­pi­to il modo in cui sono rius­ci­ti ad avere la con­sapev­olez­za di ciò che suc­cede­va attorno a loro.
La visi­ta del­la cam­era a gas, mi ha qua­si trau­ma­tiz­za­to: una vol­ta entra­ta ho sen­ti­to l’aria che mi man­ca­va e mi trema­vano le gambe, forse per­ché è sta­ta la pri­ma vol­ta in cui mi sono davvero resa con­to di come le per­sone fos­sero trasfor­mate in bestie.
Var­cati i can­cel­li dei campi ogni essere vivente perde­va tut­to quel­lo che ave­va, non solo le cose mate­ri­ali, ma anche gli affet­ti, l’an­i­ma, l’i­den­tità.
Devo dire che le emozioni più gran­di sono arrivate quan­do siamo entrati nel bloc­co 11, quel­lo delle tor­ture. Tra questo bloc­co e il bloc­co 10 si tro­va il muro del­la morte. Nel­lo stes­so cor­tile ci sono anche i pali uti­liz­za­ti per le tor­ture. Le finestre del bloc­co 10, quel­lo degli esper­i­men­ti, sono chiuse: i nazisti vol­e­vano impedire la visione di quel­lo che accade­va in questi luoghi.
Sono rimas­ta stu­pe­fat­ta dal­la per­fet­ta orga­niz­zazione di tut­to, ma anche spaven­ta­ta dal­la men­tal­ità dia­bol­i­ca che l’ha resa pos­si­bile, pen­so che ognuno di noi abbia prova­to pau­ra, ma soprat­tut­to abbia pen­sato che tut­to questo potrebbe riac­cadere.
Noi siamo col­oro che attra­ver­so ques­ta espe­rien­za dob­bi­amo impedire ciò si ver­i­fichi di nuo­vo, rac­con­tan­do ciò che abbi­amo vis­to e trasmet­ten­do le emozioni che abbi­amo prova­to. Dob­bi­amo diventare tes­ti­moni del­la sto­ria.
Nel pomerig­gio al cin­e­ma Kiow abbi­amo incon­tra­to i tes­ti­moni, i sopravvis­su­ti ai campi: Mar­cel­lo Mar­ti­ni e Vera Salomon depor­tati politi­ci, Andra e Tatiana Buc­ci, ebree depor­tate con la madre, la non­na, la zia e il cug­inet­to Ser­gio.
Tutte queste tes­ti­mo­ni­anze ci han­no fat­to riflet­tere su quel­lo che è sta­to e ci han­no fat­to riflet­tere su quel­lo che è sta­to e ci per­me­t­tono di portare avan­ti la memo­ria anche quan­do non ci saran­no più tes­ti­mo­ni­anze, per non per­me­t­tere a chi nega la shoah di avere la meglio.
GIOVEDI’ 22
Iniziamo la gior­na­ta e con­clu­di­amo il nos­tro viag­gio con la visi­ta alla cit­tà chi ci ha ospi­ta­to, Cra­covia. Nel pomerig­gio, dopo i salu­ti e i ringrazi­a­men­ti risaliamo sul treno, stanche, ma pronte ad affrontare il viag­gio di ritorno.
VENERDI’ 23
Siamo ormai arrivate a des­ti­nazione piene di pen­sieri su tut­to ciò che abbi­amo vis­to, ma sod­dis­fat­te del­l’es­pe­rien­za fat­ta. Ringrazio vera­mente molto le pro­fes­soresse che mi han­no per­me­s­so di fare questo viag­gio, ma soprat­tut­to con­siglio a tut­ti di fare ques­ta espe­rien­za per­ché aiu­ta a mat­u­rare e a vedere il mon­do con occhi diver­si.
Gra­zie.

DSC_0688IRENE LAMI
LUNEDI’ 19
Oggi è il pri­mo giorno di viag­gio, dopo ben due ore di ritar­do siamo par­ti­ti da Firen­ze per Oswiec­im. La pri­ma impres­sione che abbi­amo avu­to del treno non è sta­ta delle migliori, ma piano piano ci sti­amo ambi­en­tan­do, , dovrem­mo arrivare alla stazione polac­ca alle 7.30 cir­ca di domani mat­ti­na.
Nel pomerig­gio abbi­amo parte­ci­pa­to all’in­con­tro con la comu­nità ebraica, non mi ha col­pi­to par­ti­co­lar­mente, anche se alcu­ni inter­ven­ti sono sta­ti inter­es­san­ti: “La per­se­cuzione degli ebrei è un dram­ma per l’in­tera uman­ità, Dio dove era, si doman­dano tut­ti, ma la doman­da da por­si è dove era l’uo­mo”. Ques­ta frase mi ha col­pi­to molto e mi ha fat­to pen­sare, la fol­lia del nazis­mo no è sta­ta volu­ta da Dio, ma dal­l’uo­mo.
In questo momen­to siamo in Ger­ma­nia e ci sti­amo avvic­i­nan­do sem­pre di più ad Auschwitz, è una sen­sazione strana quel­lo che pro­vo, dif­fi­cile da spie­gare, mag­a­ri alcu­ni depor­tati fecero il nos­tro stes­so per­cor­so in con­dizioni dis­umane, e tan­ti di loro nem­meno arrivarono.
Domani il treno arriverà al cam­po di Auschwitz 2 – Birke­nau, dove scen­der­e­mo.
Sin­ce­ra­mente sono un po’ agi­ta­ta, ma preferisco dire emozion­a­ta , non so descri­vere con pre­ci­sione cosa pro­vo real­mente, sicu­ra­mente ho mol­ta curiosità di vedere e capire per poi riportare la mia espe­rien­za.
MARTEDI’ 20
Sta­mani abbi­amo vis­i­ta­to il cam­po di Birke­nau: è sta­ta un’es­pe­rien­za uni­ca che porterò sem­pre nel­la mia mente. L’en­tra­ta che abbi­amo var­ca­to non era la prin­ci­pale, ma la sen­sazione che ho prova­to in un pri­mo momen­to è sta­ta di mas­si­mo stu­pore e curiosità, ho ascolta­to la gui­da in silen­zio, guardan­do­mi in giro e cer­can­do di cogliere ogni min­i­mo par­ti­co­lare e ogni min­i­ma sen­sazione che il cam­po mi pote­va trasmet­tere, per­ché so che ques­ta espe­rien­za sarà irripetibile. Ho cam­mi­na­to nel cam­po come si cam­mi­na in un cimitero, il cielo era scuro e trasmet­te­va mol­ta tris­tez­za: tut­to in rego­la con il per­cor­so che stava­mo facen­do.
Abbi­amo vis­i­ta­to la barac­ca delle donne, quel­la dei bam­bi­ni, le mac­erie delle camere a gas e dei forni cre­ma­tori ed altri molti luoghi del cam­po. Tut­to mi ha col­pi­to, las­cian­do­mi ogni vol­ta sen­za parole, per­ché nel momen­to in cui vedi questi pezzi di sto­ria ti sen­ti pic­co­la, non sai mai se quel­lo che sen­ti è appro­pri­a­to, appro­pri­a­to per vari motivi e ti fai mille domande.
Davvero un uomo pote­va fare cose sim­ili? Com’è pos­si­bile che la mente umana abbia potu­to prog­ettare qual­cosa di così ter­ri­bile? Quel cam­po è così pre­ciso e stu­di­a­to in ogni min­i­mo par­ti­co­lare, tut­to ha il suo crudele per­ché e tut­to ti fa pen­sare di essere così pic­co­la rispet­to a tut­to quel­lo che ci cir­con­da.
Alla fine del­la visi­ta si è svol­ta la cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va, dove ognuno di noi stu­den­ti ha pro­nun­ci­a­to al micro­fono il nome, il cog­nome e l’età di un depor­ta­to che gli era sta­to asseg­na­to pri­ma del­la parten­za. Il mio era era “Mario Abenaim di 28 anni”. Al ter­mine siamo usci­ti in cor­teo. Ogni tan­to mi volta­vo e osser­va­vo quel­l’im­men­so cam­po che ha seg­na­to così tan­to la sto­ria del­l’u­man­ità. Io ero lì e sono sta­ta for­tu­na­ta per­ché sono usci­ta, tan­ti depor­tati non ce l’han­no fat­ta. Mi sono immag­i­na­ta Birke­nau negli anni del­la depor­tazione ed è sta­to dif­fi­cilis­si­mo per­ché in realtà quel­la mat­ti­na non capi­vo real­mente dove mi trova­vo.
Nel pomerig­gio ci siamo trasfer­i­ti nel cin­e­ma Kiow a Cra­covia, lì abbi­amo pri­ma assis­ti­to allo spet­ta­co­lo di Enri­co Fink, ebreo, che ci ha rac­con­ta­to in modo molto par­ti­co­lare coin­vol­gen­do­ci molto, la sto­ria “non anco­ra ter­mi­na­ta” del suo bis­non­no, poi c’è sta­ta la tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarach, una sig­no­ra incred­i­bile, con un gran sor­riso, che mi ha emozion­a­to molto facen­do­mi pen­sare. La vita nei suoi con­fron­ti è sta­ta dura, ma lei non si è arresa e ha con­tin­u­a­to a com­bat­tere, è sta­ta un esem­pio e le sue parole sono state molto impor­tan­ti per me, le ricorderò per tut­ta la mia vita. Avrei volu­to stringer­le la mano e far­le i com­pli­men­ti per la grande don­na che ha dimostra­to di essere nel­la sua vita, ma purtrop­po non ne ho avu­to la pos­si­bil­ità, spero di farcela nei prossi­mi giorni.….
MERCOLEDI’ 21
Sta­mani abbi­amo vis­i­ta­to Auschwitz 1, defini­to anche come “Cam­po madre”, dove la fol­lia nazista si è riv­e­la­ta total­mente. L’ef­fet­to che mi ha fat­to è sta­to com­ple­ta­mente diver­so da Birke­nau, sem­bra una vera cit­tà con edi­fi­ci in muratu­ra. Le per­sone che vi entra­vano, immag­i­no potessero scam­biare quel luo­go come un pos­to sereno o quan­tomeno non come un pos­to di morte. Purtrop­po era un luo­go dove avveni­vano le peg­giori tor­ture, ucci­sioni a sangue fred­do e di massa,impiccagioni e molto altro.…Tutto era per­fet­ta­mente cal­co­la­to nei min­i­mi det­tagli, con estrema pre­ci­sione.
I bloc­chi che più mi han­no las­ci­a­ta sen­za fia­to sono sta­ti il 10, det­to “bloc­co degli esper­i­men­ti”, che però non è vis­itabile, e l’11, il “Bloc­co delle tor­ture e del­la morte”, quel­lo che più mi ha emozion­a­to e mi ha fat­to pen­sare a come sia sta­to pos­si­bile che la mente umana sia sta­ta capace di fare cose sim­ili.
Di forte impat­to, è sta­to il “muro del­la morte”. A mio avvi­so quel luo­go las­cia sen­za parole, non riesco nep­pure a descri­vere quel­lo che si pro­va. I vari bloc­chi sono sta­ti adibiti a museo, anche questi sono molto inter­es­san­ti.
I “capel­li delle donne”conservati per tut­to questo tem­po, mi han­no emozion­a­to e sono rimas­ta ad osser­var­li per un paio di minu­ti, come se volessi ricor­dare tutte quelle donne che sono state lì e che come me ave­vano dei sog­ni, delle sper­anze. Pen­sare che qual­cuno abbia potu­to inter­rompere tut­to questo è tremen­do.
La visi­ta è sta­ta inter­es­sante e costrut­ti­va, anche se mi sarebbe piaci­u­to rimanere di più per cer­care di capire ogni sin­go­lo par­ti­co­lare del cam­po.
Abbi­amo var­ca­to l’in­gres­so superan­do la scrit­ta “Arbeit macht frei” e siamo anche usci­ti dal­la stes­sa parte, tante per­sone invece non ce l’han­no mai fat­ta e ricor­dare questo è tremen­do, ma anche impor­tante.
Abbi­amo cam­mi­na­to in quel cam­po come si cam­mi­na in un cimitero pro­prio come a Birke­nau, ricor­dan­do tutte quelle per­sone che non ce l’han­no fat­ta.
Ogni tan­to prova­vo ad immag­inare di essere una di quelle vit­time, ma in realtà non ci sono mai rius­ci­ta, forse per­ché rifi­u­ta­vo ques­ta idea, rifi­u­ta­vo il fat­to di essere una di loro, per­ché quel­lo che è avvenu­to in questo cam­po, nei campi, è qual­cosa di tremen­do che è dif­fi­cile provare ad immag­inare, sì ci pos­so provare, ma pur avvic­i­nan­do­mi molto, non rius­cirò a capire il vero dolore, la sof­feren­za, la stanchezza.…che i depor­tati prova­vano.
Qui l’uo­mo è sta­to un carnefice, ma pos­si­amo essere sicuri che tut­to ciò non potrà mai più accadere? Io non ne sono così con­vin­ta e fino a che mi ver­rà chiesto rac­con­terò la mia espe­rien­za e mi doc­u­menterò sem­pre di più. È dif­fi­cile da scri­vere in queste pagine, ma io sono con­vin­ta del fat­to che la per­se­cuzione naz­i­fascista durante la sec­on­da guer­ra mon­di­ale sia sta­ta una tremen­da pia­ga per l’u­man­ità e che l’uo­mo può spinger­si ovunque, quin­di dob­bi­amo ricor­dare per non dimen­ti­care mai e per far si che tut­to ciò non avven­ga mai più.
Nel pomerig­gio siamo tor­nati al cin­e­ma Kiow dove abbi­amo ascolta­to la tes­ti­mo­ni­an­za delle sorelle Buc­ci, di Mar­cel­lo Mar­ti­ni, di Vera Salomon Miche­lin. Di quest’ul­ti­ma non ne conosce­vo la sto­ria, ma mi ha col­pi­to moltissi­mo, è una don­na for­tis­si­ma che crede in quel­lo che fa e soprat­tut­to in quel­lo che ha fat­to. Le sue parole, ric­che di cul­tura, espe­rien­za, emozione, cor­ag­gio e voglia di rac­con­tare mi han­no fat­to pen­sare ed ho capi­to che nel­la vita bisogna seguire un ide­ale fino in fon­do sen­za mai arren­der­si, così, con­sapevoli dei nos­tri val­ori e delle nos­tre parole, nes­suno potrà mai fer­mar­ci.
GIOVEDI’ 22
Oggi è sta­to un giorno tran­quil­lo, siamo usci­ti per vis­itare la cit­tà di Cra­covia, una delle cit­tà più impor­tan­ti del­la Polo­nia, bel­lis­si­ma (…). Nel pomerig­gio abbi­amo pre­so il treno, con le nos­tre tante sen­sazioni, emozioni e pen­sieri, tor­ni­amo ver­so casa.
VENERDI’ 23
Pian piano ci avvicini­amo a casa, il viag­gio sarà lun­go e c’è tem­po per pen­sare. È sta­to un viag­gio indi­men­ti­ca­bile che porterò con me per tut­ta la vita, mi è servi­to molto, per la per­sona che sono. Ho ascolta­to le tes­ti­mo­ni­anze e mi han­no fat­to riflet­tere.
Sono già tor­na­ta da un viag­gio sim­i­le, quat­tro anni fa, da Math­ausen, ma non è sta­to come questo, adesso sono più grande e più con­sapev­ole di me stes­sa e di ciò che mi cir­con­da .
Avrò tem­po per pen­sare e per riflet­tere su quel­lo che ho vis­to par­lan­done con altre per­sone e rac­con­tan­do la mia espe­rien­za. È dif­fi­cile oggi, solo dopo pochi giorni, trascri­vere su un pez­zo di car­ta tutte le emozioni, per­ché sono tante e molto intense, comunque con­tin­uerò sicu­ra­mente questo per­cor­so, mi inter­es­sa e lo voglio fare.

IMG_4511GIULIA LAMBARDI
LUNEDI’ 19
Ieri sera mi sono addor­men­ta­ta un po’ pen­sierosa anzi, direi molto tur­ba­ta.…
E’ stra­no da dire, ma ave­vo un po’ di pau­ra, non pau­ra in sen­so neg­a­ti­vo, ma più come non sapere cosa aspet­tar­si, per­ché l’es­pe­rien­za che vivre­mo sarà uni­ca, forte e diver­sa per ognuno di noi, e quin­di non riesco ad immag­i­n­ar­mi come rea­girò davan­ti alla visione del cam­po e di tut­to il resto.
Mi sen­to un po’ “sce­ma” in effet­ti, per­ché è stra­no provare pau­ra ver­so un sen­ti­men­to che anco­ra non conosco.…
Sta­mani mi sono alza­ta tal­mente in fret­ta che non ho neanche real­iz­za­to di par­tire davvero! Viag­gio i treno abbas­tan­za piacev­ole, tra il son­no e l’eu­fo­ria sono già pas­sate ore e arriv­i­amo alla stazione di Firen­ze.
Il treno è in ritar­do di ben due ore. Si mon­ta final­mente e qui viene il bello.…scopriamo il luo­go dove dob­bi­amo pas­sare ben 20 ore!
Definir­la stanzetta è far­le un grosso com­pli­men­to, ma noi bimbe siamo qua­si tutte insieme, quin­di alla fine ridi­amo e bas­ta e il tem­po un pochi­no alla vol­ta pas­sa. Alle 15.30 abbi­amo l’in­con­tro con la comu­nità ebraica, una cosa molto fred­da sec­on­do me, o comunque non mi ha dato l’im­pres­sione di una cosa ben orga­niz­za­ta. L’ar­go­men­to, beh lo conos­ci­amo bene, ma mi ha col­pi­to molto l’in­ter­ven­to di una sig­no­ra che ci ha ricorda­to una cosa molto impor­tante, soprat­tut­to una frase mi è rimas­ta parec­chio impres­sa, “durante quel­l’or­rore alcu­ni si chiesero Ma Dio dov’era?, ma sarebbe più gius­to chieder­si Ma l’uo­mo dov’era?”.
Fini­to l’in­con­tro tor­ni­amo nel nos­tro buchet­to, la noia è tanta…ma si pro­va ad ammaz­zare il tem­po. Fuori c’è la neve, bel­la si, e fred­da, noi abbi­amo il riscal­da­men­to, ma mi ven­gono subito in mente le per­sone che face­vano lo stes­so per­cor­so in un vagone bes­ti­ame in con­dizioni dis­umane, al fred­do, igiene inesistente, pau­ra, pensieri…boh!
Cena che non si può definire tale, ma man­gia­bile dai, da buona scout, mi accon­tento di poco. Adesso il son­no ci assale, domani ci aspet­ta una bel­la gior­na­tona.
MARTEDI’ 20
Si com­in­cia ques­ta gior­na­ta molto presto, il treno arri­va ad Oswiec­im e con l’au­to­bus ci diri­giamo ver­so la nos­tra pri­ma vera meta, Auschwitz 2 – Birke­nau.
Non c’è neve, fa fred­di­no, ma meno del pre­vis­to. Arrivati al cam­po non ci è pos­si­bile entrare dal­l’in­gres­so prin­ci­pale per l’alles­ti­men­to prepara­to in occa­sione delle cel­e­brazioni per il 70° anniver­sario del­la lib­er­azione, quin­di non pos­si­amo vedere il famoso can­cel­lo con la scrit­ta mor­tale. La tro­vo una cosa abbas­tan­za stu­p­i­da coprire una parte così impor­tante e sig­ni­fica­ti­va di un luo­go come questo. Mi è dispiaci­u­to vera­mente tan­to non entrare da quel can­cel­lo, non salire su quel­la torre da cui “il per­se­cu­tore” ave­va una com­ple­ta visione ed un con­trol­lo pre­ciso del campo…ma questo non ha cam­bi­a­to l’at­mos­fera ed il cli­ma che si per­cepisce in un pos­to come questo.
Già avvic­i­nan­do­mi con l’au­to­bus al cam­po ho inizia­to a sen­tir­mi strana, mi si è chiu­so lo stom­a­co; ciò che ave­vo sem­pre vis­to nei film e nei doc­u­men­tari, let­to nei lib­ri, sta­va lì, davan­ti a me, era tut­to come lo descrivono, fred­do e cupo, reale…non che non lo sapes­si, ma vedere le cose con i pro­pri occhi, fa sem­pre uno stra­no effet­to.
Le barac­che sono come i tedeschi le han­no las­ci­ate, niente è sta­to toc­ca­to o ricostru­ito, non c’è da spie­gare come era il cam­po, per­ché chi vede capisce e immag­i­na, ricor­da, attual­iz­za, crit­i­ca e ne sof­fre.
È vera­mente enorme quel­la dis­te­sa di erba e di barac­che, quel­la ter­ra che un tem­po era ricop­er­ta di neve e di fan­go, quel­la stes­sa ter­ra che i depor­tati han­no calpes­ta­to e su cui sono mor­ti.
La gui­da l’ho segui­ta volen­tieri, mi sono sen­ti­ta parte dei suoi rac­con­ti a volte, forse per­ché era molto coin­vol­ta, aven­do per­so dei par­en­ti a Birke­nau. Quan­do una per­sona rac­con­ta fat­ti stori­ci con enfasi, ti rende partecipe e riesce a coin­vol­ger­ti, facen­doti provare gli stes­si suoi sentimenti.…io sono un po’ tim­i­da per certe cose e mi ten­go tutte le emozioni den­tro, e così ho fat­to davan­ti a quelle barac­che e ai rac­con­ti del­la gui­da. I sen­ti­men­ti che si provano in queste occa­sioni non si pos­sono spie­gare a parole.
Il mio pri­mo pen­siero, toc­can­do i muri e le file dei let­ti di leg­no è sta­to quel­lo di riflet­tere e non vedere quelle cose come sem­pli­ci ogget­ti, ma pren­dere coscien­za che nel pun­to in cui io sta­vo met­ten­do la mano, mag­a­ri un uomo o una don­na ave­vano posato il loro cor­po pri­vo di forze, abban­do­nan­dosi alla morte. In questo modo ogni cosa che vede­vo mi face­va ricor­dare e immag­inare, mi face­va venire i bri­v­i­di.
Dopo la visi­ta del cam­po parte­cip­i­amo alla cer­i­mo­nia; infine noi stu­den­ti arriv­i­amo al mon­u­men­to in onore di tutte le vit­time, tra i due cre­ma­tori nel cam­po di betulle, e qui leg­giamo al micro­fono il nome d un depor­ta­to a noi asseg­na­to e la sua età al momen­to del­la depor­tazione. Men­tre gli altri leggevano mi sono resa con­to che vera­mente tan­tis­si­mi bam­bi­ni sono mor­ti appe­na arrivati al cam­po oppure poco dopo. Per chi­ud­ere la cer­i­mo­nia, dopo alcune preghiere, ascolti­amo un can­to in ebraico che mi ha col­pi­to e mi ha ricorda­to un altra can­zone molto bel­la, anche ques­ta in ebraico.
Il pomerig­gio ci trasfe­ri­amo al teatro di Cra­covia dove l’in­con­tro viene aper­to da uno spet­ta­co­lo di Enri­co Fink. Molto inter­es­sante è sta­ta la tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarch, che non ave­vo mai sen­ti­to e che mi ha fat­to sco­prire dei par­ti­co­lari nuovi su avven­i­men­ti più attuali, come i desa­pare­ci­dos. Ques­ta don­na ha una forza pazzesca, è rius­ci­ta a coin­vol­ger­mi nel suo rac­con­to con poche parole, ha novan­ta anni è vera­mente ammirev­ole dimostrare una lucid­ità, intel­li­gen­za e forza tali da sapere trasmet­tere a tan­tis­si­mi gio­vani la pro­pria tes­ti­mo­ni­an­za. Nel­la sua vita ha dovu­to affrontare situ­azioni dure, non so quan­ti al suo pos­to avreb­bero avu­to il suo cor­ag­gio. Perdere una figlia in certe con­dizioni è un grande trau­ma, io non pen­so che per lei sia sta­to facile iniziare a rac­con­tare e sen­tire le critiche delle per­sone che negano tut­to, ma lei è rius­ci­ta a super­are l’ac­cadu­to con pron­tez­za e sen­za perder­si d’an­i­mo, e questo è davvero nobile. Gli inseg­na­men­ti che ci ha dato non li dimen­ticherò facil­mente, mi ha inseg­na­to tan­to soltan­to par­lan­do ed apren­dosi con noi e dopo ques­ta gior­na­ta inten­sa è sta­ta la ciliegi­na sul­la tor­ta.
MERCOLEDI’ 21
Sta­mani ci aspet­ta la visi­ta ad Auschwitz 1, accom­pa­g­na­ta dal­la gui­da. La pri­ma cosa che ho pen­sato davan­ti al can­cel­lo è sta­to il paragone con le barac­che in leg­no di Birke­nau. Qui è tut­to in muratu­ra.. in con­fron­to a ieri sem­bra un luo­go di vil­leg­giatu­ra. Se a me fa questo effet­to non oso immag­inare cosa abbiano pen­sato i depor­tati all’ar­ri­vo dei con­vogli, incon­sapevoli del­la loro sorte e del­la loro “vita” all’in­ter­no del cam­po, se così si può chia­mare. La visi­ta si svolge molto di fret­ta quin­di non abbi­amo la pos­si­bil­ità di vedere tut­to, ma bas­ta poco per far­mi iniziare a pre­oc­cu­pare. Non so per­ché, ma vedere gli ogget­ti che sono sta­ti ritrovati mi ha dato parec­chia noia; davan­ti alla stan­za dei capel­li mi è venu­to mal di stom­a­co, una sen­sazione vera­mente strana.. non riesco davvero a guardare quegli ogget­ti sen­za stare male. Forse per­ché sono la cosa più diret­ta che abbi­amo e sapere che c’è gente che nega anco­ra cosa è suc­ces­so fa riflet­tere e fa venire una rab­bia immen­sa.
Le sen­sazione che si provano davan­ti al muro del­la morte non si pos­sono leg­gere sui lib­ri come quelle che si han­no entran­do nel bloc­co 11, o passeg­gian­do fra le barac­che di Birke­nau: ti fan­no crescere e ti cam­biano il modo di affrontare certe situ­azioni.
È sta­to impor­tante anche vedere la vil­la del coman­dante del cam­po, posizion­a­ta subito accan­to ai bloc­chi, che mi ha fat­to provare una ver­gogna infini­ta per­ché ho pen­sato alla moglie e ai figli di quel mostro (solo così lo pos­so definire) che era­no cer­ta­mente al cor­rente del suo lavoro e del­la crudeltà di quel cam­po. Ogni tan­to men­tre si svol­ge­va la visi­ta pen­sa­vo a cosa avrei fat­to se fos­si sta­ta io al pos­to di quegli uomi­ni e di quelle donne, dove sarei sta­ta por­ta­ta, quale cat­e­go­ria sarei sta­ta e quan­to sarei sopravvis­su­ta.. e ogni vol­ta non rius­ci­vo a dar­mi una rispos­ta. È vera­mente trop­po dif­fi­cile spie­gare le mille sen­sazioni e mozioni che ho prova­to, per­ché anche io non riconoscer­le, mi han­no las­ci­a­to sen­za parole, ogni tan­to qualche lacrima scen­de­va da sola lo stom­a­co si chi­ude­va e la tes­ta mi face­va male ma anche tan­ta rab­bia mi face­va riflette.
Con le tes­ti­mo­ni­anze del pomerig­gio questi pen­sieri sono aumen­tati Mar­cel­lo Mar­ti­ni ave­vo già avu­to modo di sen­tir­le l’an­no scor­so anche se mi ha fat­to molto piacere avere nuovi par­ti­co­lari e risposte su temi diver­si. Vera Salomon, non l’ave­vo mai ascolta­ta, è sta­ta una grande emozione vedere con quale spir­i­to e cor­ag­gio ha rac­con­ta­to la sua sto­ria e mi ha stupi­to molto sapere la sua età: 92 anni. Le due sorelle Buc­ci sono due donne fan­tas­tiche, dol­cis­sime, piene di forza, val­ori da trasmet­tere, ed anche se era la terza vol­ta che ascolta­vo la loro tes­ti­mo­ni­an­za, ogni vol­ta riescono sem­pre a far­mi com­muo­vere. È pro­prio dal­la forza, dal cor­ag­gio, e dal­la voglia di rac­con­tare di queste per­sone che dob­bi­amo pren­dere esem­pio, non facen­do atti eroici, ma inizian­do dalle pic­cole cose, dal­la quo­tid­i­an­ità di tut­ti i giorni.
Sono sta­ta molto con­tenta di aver vis­su­to questi giorni molto inten­si, ma spe­ciali e uni­ci, di aver prova­to tutte quelle emozioni e di esser­mi fat­ta molte domande, rius­cen­do però a dare una rispos­ta ai miei tan­ti dub­bi e aspet­ta­tive pri­ma del viag­gio. Prob­a­bil­mente facen­do la stes­sa espe­rien­za in un altro momen­to del­la mia vita, avrei prova­to sen­ti­men­ti diver­si ma forse questo è sta­to il momen­to gius­to, è sta­ta la “chiusura”, ma anche l’inizio di un per­cor­so che mi ha aiu­ta­to a crescere e a “mat­u­rare”, parolona a cui affi­do un sig­ni­fi­ca­to spe­ciale e diver­so da quel­lo che sen­ti­amo pro­nun­cia­re nelle nos­tre aule sco­las­tiche, per­ché è gra­zie a certe espe­rien­ze che si for­ma la coscien­za delle per­sone e che si è pron­ti a rac­con­tare la pro­pria “tes­ti­mo­ni­an­za” agli altri.

DSC_0563ALESSANDRO BILAGHI
LUNEDI’ 19 e MARTEDI’ 20
Si parte con due ore di ritardo:carrozza 14, scom­par­ti­men­to 9.Verso le 16.00 assis­ti­amo alla con­feren­za su omoses­su­ali e shoah, con­trasseg­nati con un tri­an­go­lo rosa e visti neg­a­ti­va­mente anche dagli altri pri­gion­ieri; poi l’argomento si è però incen­tra­to sul­la dis­crim­i­nazione nei con­fron­ti dei gay oggi. Ritor­nan­do nei nos­tri scom­par­ti­men­ti abbi­amo con­sid­er­a­to che a noi sarebbe inter­es­sato conoscere meglio come han­no vis­su­to all’interno dei campi gli omoses­su­ali per­ché è un capi­to­lo che non conos­ci­amo molto.
Dopo un inter­minabile viag­gio siamo final­mente arrivati alla stazione di Oswiec­im dove i pull­man ci atten­de­vano per portar­ci ad Auschwitz – Birke­nau.
Nel­la mia mente il vuo­to totale, come pri­ma di entrare a Dachau lo scor­so anno. La gui­da ci ha trasporta­to con le sue emozioni, ci ha spie­ga­to e fat­to immerg­ere all’interno dei fat­ti accadu­ti in quel luo­go, ci ha fat­to tornare indi­etro nel tem­po. Abbi­amo riper­cor­so la stra­da di migli­a­ia di depor­tati, quel­la stra­da ricop­er­ta anco­ra di ceneri rimaste lì, ceneri che sem­bra­no impreg­nare l’aria e ogni filo d’erba. Pri­ma di uscire dal cam­po abbi­amo for­ma­to un cor­teo e det­to il nome e l’età di un pri­gion­iero. Quei nomi riecheg­gia­vano in quel pos­to tetro come se ogni ani­ma elen­ca­ta fos­se al nos­tro fian­co cer­can­do di sosten­er­ci e di far­ci impeg­nare a diventare per­sone migliori.
MERCOLEDI’ 21
Oggi visi­ta ad Auschwitz I; appe­na entrati le emozioni sono affio­rate una dopo l’altra, sem­pre più intense. Nonos­tante aver vis­to foto, rice­vu­to notizie storiche per preparar­ci al viag­gio, finchè non vedi con i tuoi occhi non puoi immag­inare…
Il luo­go che mi ha las­ci­a­to sen­za parole è la teca piena di scarpe, soprat­tut­to quelle dei bam­bi­ni che sono la parte più inno­cente. E ti chie­di:« per­ché han­no dovu­to subire tutte queste pene?».
Non sono rius­ci­to a dar­mi una rispos­ta. Altra teca che mi ha las­ci­a­to alli­bito è quel­la dei capel­li; ti ren­di con­to del­la volon­tà di pri­vare le per­sone del­la loro dig­nità, riducen­dole ad ogget­ti, numeri, ver­mi…
Il pomerig­gio abbi­amo ascolta­to le tes­ti­mo­ni­anze dei sopravvis­su­ti che ave­vo già incon­tra­to al Man­dela forum lo scor­so anno, ma che ogni vol­ta mi fan­no riv­i­vere delle emozioni che non so nep­pure spie­gare, ma che rimar­ran­no den­tro di me per sem­pre.
GIOVEDI’ 22
Sti­amo per ritornare sul treno,vedo Cra­covia con occhi diver­si. E’ come se al nos­tro fian­co ci fos­sero uomi­ni, donne e bam­bi­ni pron­ti a tornare a casa con noi. Saliamo sul treno. Dopo ques­ta espe­rien­za mi sen­to un uomo nuo­vo, un uomo cresci­u­to, por­tan­do a gal­la ver­ità nascoste e rimaste celate tra le numerose betulle, tra le barac­che chiuse.
Venire a conoscen­za di queste atroc­ità ti per­me­tte di vedere il mon­do con una men­tal­ità più chiara, sve­lando tut­to quel­lo che il sis­tema ci nasconde giorno dopo giorno. Sosten­go che questo viag­gio andrebbe fat­to vivere a molte per­sone e in par­ti­co­lare ai negazion­isti e a tut­ti col­oro che han­no anco­ra idee naziste, fas­ciste, razz­iste e il pen­siero va a Lampe­dusa dove migli­a­ia di per­sone sbar­cano cer­can­do un pos­to migliore, una ter­ra promes­sa e spes­so trovano “muri”. Ques­ta espe­rien­za può far­ci cam­biare ed aiutar­ci a costru­ire un mon­do migliore per noi, per i nos­tri figli, per le gen­er­azioni future.

IMG_4496MATTEO BARTOLI
LUNEDI’ 19
Dopo tan­ta atte­sa, tan­ti incon­tri di preparazione e qualche pre­oc­cu­pazione è arriva­to il giorno del­la parten­za. In treno l’incontro non scel­to, ma apprez­za­to con il rap­p­re­sen­tante del movi­men­to gay e les­biche di Firen­ze. In realtà se non fos­se per la preparazione fat­ta con le nos­tre pro­fes­soresse, avrei capi­to poco per­ché non c’è sta­to spie­ga­to il con­testo stori­co. In Ger­ma­nia gli omoses­su­ali ven­nero perse­gui­tati e arresta­ti sec­on­do le leg­gi vigen­ti, ma anche in Italia i gay veni­vano perse­gui­tati e man­dati in esilio. Purtrop­po nei campi furono tra i più dis­prez­za­ti e le per­se­cuzioni con­tin­uarono anche dopo la guer­ra. Dopo un “otti­ma” cena siamo andati a dormire sapen­do che il giorno seguente sarem­mo giun­ti nel luo­go dove mil­ioni di per­sone han­no per­so la vita: Auschwitz – Birke­nau. Ero molto emozion­a­to e non vede­vo l’ora di vistare il cam­po di ster­minio più grande mai costru­ito.
Mi sono det­to:” Ho avu­to ques­ta oppor­tu­nità e devo sfrut­tar­la al mas­si­mo”
MARTEDI’ 20
La notte pas­sa velo­ce­mente, arriv­i­amo alla stazione di Oswiec­im e anco­ra non ero con­sapev­ole di cosa mi aspet­tasse. Subito la gui­da ci dice che a causa dei prepar­a­tivi per la cer­i­mo­nia uffi­ciale del 27 non pos­si­amo entrare dall’ingresso prin­ci­pale, sim­bo­lo di Auschwitz.
Ho pen­sato che questo non mi avrebbe fat­to provare le stesse emozioni ma, appe­na entra­to sono rimas­to stupi­to nel vedere la grandez­za del cam­po. Le emozioni poi sono arrivate quan­do siamo entrati nel­la barac­ca del bloc­co femminile,detto “ospedale: un briv­i­do mi per­corre la schiena pen­san­do che la por­ta che toc­co con la mia mano è sta­ta toc­ca­ta da altre per­sone vis­sute e morte lì, che cam­mi­no sul­lo stes­so suo­lo per­cor­so da molti depor­tati, che sto osser­van­do i let­ti dove dormi­vano ammas­sate fino a 12 persone……..rimango sen­za parole; è dif­fi­cile spie­gare, cer­co solo di immedes­i­mar­mi in loro ma cer­to è dif­fi­cile.
Poi vis­ti­amo latrine e lavabi e poi…la barac­ca dei bam­bi­ni dove ho prova­to l’emozione più grande; entran­do pen­si che lì ci sono sta­ti bam­bi­ni che avran­no urla­to di pau­ra o pianto per­ché li han­no divisi dal­la loro mam­ma. Come è sta­to pos­si­bile togliere l’infanzia a dei bam­bi­ni? Su 2.000.000 bam­bi­ni entrati nei campi solo pochissi­mi sono sopravvis­su­ti.
Poi ci siamo diret­ti alla juden rampe bina­rio costru­ito per miglio­rare l’efficienza del cam­po. Su quel­la ram­pa i pri­gion­ieri veni­vano subito selezionati, gli inabili al lavoro man­dati subito al cre­ma­to­rio, gli altri,come ci face­va notare la gui­da, ad aspettare la morte che sarebbe arriva­ta per malat­tia o per la fat­i­ca, la fame……per non par­lare di col­oro che mori­vano diret­ta­mente nel vagone bes­ti­ame, anch’esso espos­to nel cam­po, una stal­la mobile che pote­va con­tenere fino ad 80 per­sone, in piedi,al buio,senza man­gia­re e bere per giorni con un sec­chio in un ango­lo dove fare i bisogni….quasi impos­si­bile rimanere in vita.
Poi abbi­amo per­cor­so la stes­sa stra­da che i perse­gui­tati face­vano ver­so la morte, arrivan­do alle mac­erie de cre­ma­tori che i tedeschi han­no dis­trut­to. Mi ha col­pi­to l’enormità del com­p­lesso del cre­ma­to­rio e la quan­tità di per­sone che pote­vano bru­cia­re in un giorno (7000).Abbiamo nota­to lì intorno dei laghet­ti: i tedeschi li han­no costru­iti per get­tarvi le ceneri.
Quan­do la gui­da ce l’ha spie­ga­to ho avu­to come l’impressione di sen­tir­le le per­sone che lì han­no urla­to, sof­fer­to, chiesto aiu­to forse. Dopo ci siamo recati al mon­u­men­to che ricor­da le vit­time e abbi­amo pro­nun­ci­a­to ognuno il nome di un inter­na­to e l’età: una cer­i­mo­nia molto com­movente anche se non tut­ti tenevano un com­por­ta­men­to adegua­to, forse non ave­vano svolto un per­cor­so adegua­to di preparazione o forse era­no solo dei mene­freghisti.
Dopo la cer­i­mo­nia siamo andati in un teatro a Cra­covia dove abbi­amo segui­to uno spet­ta­co­lo di Enri­co Fink molto toc­cante che parla­va dei suoi ante­nati perse­gui­tati .Dopo abbi­amo ascolta­to la tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Jarak che ha per­so il non­no ad Auschwitz e la figlia di soli 18 anni in Argenti­na, desa­pare­ci­dos uccisa con i voli del­la morte..
La sua tes­ti­mo­ni­an­za mi ha emozion­a­to molto, ma mi ha impres­sion­a­to di più la forza che la don­na ha avu­to nel rac­con­tare e nel con­tin­uare a vivere. Con­clusa la ser­a­ta siamo arrivati in hotel dove final­mente ci siamo potu­ti riposare ma anche ripen­sare a quel­lo che abbi­amo vis­to e di cui dob­bi­amo farne tesoro.
MERCOLEDI’ 21
Sveg­lia alle 6,00 e dopo colazione si va a vis­itare il cam­po madre, Auschwitz 1, cam­po di lavoro molto più pic­co­lo di Birke­nau. Entrati ci tro­vi­amo subito di fronte il can­cel­lo con la famosa scrit­ta “Arbeit macht frei”, diven­ta­ta sim­bo­lo del­la per­se­cuzione nazista. La cosa che salta subito agli occhi è che il cam­po è in mez­zo alla cit­tà e vis­i­bilis­si­mo da tut­ti, impos­si­bile dire di non sapere o non aver vis­to nul­la.
Il cam­po si pre­sen­ta come una pic­co­la cit­tad­i­na con strut­ture in muratu­ra e viuzze, ma recin­tate dal filo spina­to. Una cer­i­mo­nia per ricor­dare le vit­time di questo cam­po davan­ti al muro del­la morte, poi la visi­ta al museo nei vari bloc­chi del cam­po. Pri­ma di entrare la gui­da ci fa notare, poco lon­tana, la vil­la del coman­dante del cam­po, vil­la dove vive­va con la famiglia, come se niente fos­se, dove ha all­e­va­to dei figli.
Entri­amo nel pri­mo bloc­co, dove vedi­amo come lo ster­minio avveni­va e per pri­ma vedi­amo un’ur­na con le ceneri dei pri­gion­ieri e una tar­ga in loro memo­ria, poi una mon­tagna di barat­toli vuoti di zik­lon b. La visi­ta al bloc­co 4 si con­clude con la più agghi­ac­ciante e rac­capric­ciante delle visioni: una stan­za alla cui sin­is­tra si erge­va una mon­tagna di capel­li, un’immagine che porterò sem­pre impres­sa nel­la mia mente, capel­li di per­sone morte, ven­du­ti e usati per fare delle stoffe. Al solo pen­siero mi viene il voltas­tom­a­co.
Esco dal bloc­co un po’ scon­volto per entrare nel bloc­co 5 che mostra gli ogget­ti dei pri­gion­ieri ritrovati nei mag­a­zz­i­ni del “Cana­da”: vedere scarpe di tut­ti i numeri da neonati, bam­bi­ni, donne, uomi­ni, occhiali, pen­tole, rasoi, cuc­chi­ai, mi ha col­pi­to molto, ma soprat­tut­to la mon­tagna di scarpe ……..Poi siamo pas­sati al bloc­co 10, quel­lo delle carceri, dove i pri­gion­ieri veni­vano las­ciati morire .
Nel pomerig­gio anco­ra al cin­e­ma per ascoltare le tes­ti­mo­ni­anze dei sopravvis­su­ti Mar­cel­lo Mar­ti­ni, Vera Miche­lin Salomon , Andra e Tatiana Buc­ci. E’ una for­tu­na pot­er ascoltare i loro toc­can­ti rac­con­ti per­ché vedere sola­mente un luo­go non serve a nul­la se non abbi­amo una adegua­ta preparazione stor­i­ca ma anche se non sap­pi­amo vera­mente cosa è accadu­to e chi meglio dei tes­ti­moni può dirci cosa è suc­ces­so dal momen­to che lo han­no vis­su­to in pri­ma per­sona .
Mi sono immedes­i­ma­to soprat­tut­to nel­la sto­ria delle sorelle Buc­ci per­ché, pur essendo bam­bine han­no avu­to la forza di rius­cire a sfruttare ogni occa­sione pos­si­bile per soprav­vi­vere. Fini­to l’incontro siamo tor­nati in alber­go e men­tre prepar­a­vo le valige pen­sa­vo a quan­do i depor­tati dovet­tero preparare le loro, per las­cia­re per sem­pre la loro vita e mi sono reso con­to di avere un bagaglio in più rispet­to all’andata, un bagaglio di emozioni, conoscen­ze, pau­ra che pos­sa accadere di nuo­vo, ma soprat­tut­to il cor­ag­gio di evitare che pos­sa accadere di nuo­vo, per­ché siamo noi che dob­bi­amo costru­ire il futuro. Sono molto sod­dis­fat­to di ciò che ho impara­to e spero che altri pos­sano avere la for­tu­na di fare ques­ta espe­rien­za per­ché la conoscen­za ci per­me­t­ta di non restare in silen­zio per­ché non c’è cosa peg­giore del silen­zio .

20150121_125849GABRIELE TATONI
LUNEDI’ 19
E’ arriva­to il giorno del­la parten­za, ho avu­to la grande for­tu­na di parte­ci­pare a questo viag­gio e così mi alzo dal let­to pieno di eufo­ria, ma anche di domande e di tim­o­ri di vis­itare quel luo­go teatro di orrori e atroc­ità che ho vis­to solo nei doc­u­men­tari e let­to nei lib­ri.
Si parte con due ore di ritar­do, negli scom­par­ti­men­ti non c è molto spazio ma va bene così, se pen­si­amo a quan­ti mil­ioni di per­sone han­no affronta­to questo viag­gio in car­ri bes­ti­ame.
Durante il viag­gio incon­tro con espo­nente di arci gay di Firen­ze, delu­dente, che ha ruo­ta­to intorno alla attual­iz­zazione del prob­le­ma, ma sen­za dar­ci un quadro stori­co.
Mi addor­men­to guardan­do fuori dal finestri­no sen­za ren­der­mi con­to di dove siamo, mi sen­to impo­tente sul quel treno che corre in mez­zo all’Europa; non oso pen­sare cosa sia pas­sato per la tes­ta di quelle per­sone che questo viag­gio lo han­no pas­sato come ani­mali, strap­pati dalle loro case per una des­ti­nazione igno­ta, forse non so nem­meno spie­gare bene questi miei pen­sieri e sen­sazioni ….poi mi addor­men­to aspet­tan­do con ansia l’arrivo ad Auschwitz, domat­ti­na.
MARTEDI’ 20
Mi sveg­lio a poca dis­tan­za dall’arrivo alla stazione e sen­za pen­sar­ci due volte mi preparo al fred­do polac­co, ma soprat­tut­to alla lun­ga e pesante gior­na­ta sia fisi­ca­mente che psi­co­logi­ca­mente.
Scen­di­amo dal treno e subito un pull­man ci por­ta ad Auschwitz — Birke­nau ed ecco­lo qua, improvvisa­mente me lo tro­vo davan­ti, una dis­te­sa di barac­che e filo spina­to in mez­zo ai boschi come un mostro che si nasconde tra gli alberi. E’ tut­to tran­quil­lo, cal­mo ed è pro­prio la tran­quil­lità e la pre­ci­sione di quel luo­go a far­mi pau­ra; è come se vedessi le per­sone stre­mate, dis­trutte dal­la malat­tia e dal­la fame….mi si chi­ude lo stom­a­co, una strana sen­sazione, non riesco a spie­gare bene..Rimango delu­so, però, da quell’enorme ten­done bian­co che rico­pre la tor­ret­ta dell’entrata prin­ci­pale.
Entri­amo da un can­cel­lo lat­erale e ci raduni­amo intorno alla gui­da che è sta­ta fantastica:sapeva par­lare, ci coin­vol­ge­va, ci face­va emozionare anche per­ché la sua famiglia è sta­ta coin­vol­ta diret­ta­mente nel­lo ster­minio.
Qui non è sta­to toc­ca­to nul­la di quel­lo che i tedeschi aveano mani­a­cal­mente piani­fi­ca­to, una macchi­na per­fet­ta, mor­tale.
Entrare nel­la barac­ca mi toglie il fia­to; vedere let­ti su cui han­no dor­mi­to tante per­sone, han­no sof­fer­to, pati­to la fame e il fred­do; vedere i dis­eg­ni sui muri che cer­ca­vano di ren­dere quel luo­go un po’ più famil­iare, alle­gro. Cre­do pro­prio che in certe situ­azioni ci si aggrap­pi a tut­to pur di andare avan­ti anche un solo giorno.
La cosa più incred­i­bile è cam­minare e vedere quei luoghi che abbi­amo sem­pre vis­to sui lib­ri di sto­ria, nei doc­u­men­tari e adesso sono qua a ved­er­li con i miei occhi e pen­so che sia un’esperienza da fare almeno una vol­ta nel­la vita. Se non vedi­amo è impos­si­bile capire vera­mente questo luo­go, così come non è pos­si­bile capir­lo se non sei prepara­to .Poi la cer­i­mo­nia del­la pro­nun­cia dei nomi e dell’età delle vit­time: sen­tir risuonare quei nomi è sta­to molto bel­lo, come se quelle per­sone non fos­sero mai state uccise. L’unica cosa che mi ha fat­to pena è vedere alcu­ni stu­den­ti e inseg­nan­ti a sedere indif­fer­en­ti su muret­ti a fumare.
Dopo pran­zo ci siamo spo­sta­ti a Cra­covia dove abbi­amo incon­tra­to Vera. Durante il suo inter­ven­to sono rimas­to col­pi­to e affas­ci­na­to dal­la forza, nonos­tante l’età, e dall’allegria di ques­ta don­na nonos­tante tut­to ciò che le è accaduto….incontro coin­vol­gente, carat­tere da pren­dere come mod­el­lo.
MERCOLEDI’ 21
Oggi visi­ti­amo il cam­po madre, ben diver­so da Birke­nau così come le emozioni. Sono davan­ti alla famosa scrit­ta “Arbeit Mach frei”: il cam­po sem­bra una cit­tà spet­trale e abban­do­na­ta, ma le emozioni più for­ti sono arrivate vis­i­tan­do i bloc­chi-musei e soprat­tut­to di fronte a capel­li, valigie, scarpe e ogni genere di ogget­ti per­son­ali, ogget­ti recu­perati dal­la macchi­na spi­eta­ta e per­fet­ta del nazis­mo che ha fat­to di tut­to per guadagnare da ogni oggetto…….si pro­va una sen­sazione vera­mente inde­scriv­i­bile.
Durante il pomerig­gio siamo tor­nati a teatro per ascoltare tes­ti­mo­ni­anze già sen­tite al Man­dela Forum lo scor­so anno, ma ques­ta vol­ta, dopo aver vis­i­ta­to i campi e dopo aver fat­to un deter­mi­na­to per­cor­so con il prog­et­to Sto­ria e Memo­ria, ho vis­su­to queste tes­ti­mo­ni­anze molto più diret­ta­mente ed emo­ti­va­mente. Riman­go col­pi­to dal­la forza e seren­ità con cui rac­con­tano le loro sto­rie e tor­nano nei luoghi dove sono sta­ti pri­vati di ogni dig­nità.
Domani vis­iter­e­mo Cra­covia e poi ripar­tire­mo con la con­sapev­olez­za di aver vis­su­to una bel­lis­si­ma espe­rien­za e di aver capi­to che tutte le atroc­ità commesse non sono frut­to di una mente mala­ta, ma di ingeg­neri, architet­ti, medici, fuori dai campi anche con una famiglia “nor­male”, non si è trat­ta­to di mostri ed è pro­prio ques­ta nor­mal­ità che fa pau­ra, questo con­sen­so.
Mi ven­gono in mente le parole di un pre­side amer­i­cano che sono state lette nelle nos­tre clas­si, dove si chiede agli inseg­nan­ti di istru­ire gli stu­den­ti non a diventare degli Heich­mann istru­iti, ma delle per­sone. È un dis­cor­so che mi è rimas­to impres­so fin dal­la pri­ma vol­ta che l’ho let­to e lo por­to come inseg­na­men­to, come mod­el­lo di ispi­razione per l’insegnamento sco­las­ti­co, come lezione di uman­ità, ma oggi lo fac­cio mio anche come rias­sun­to di ques­ta espe­rien­za ad Auschwitz per ricor­dare e non ripetere in futuro.

IMG_4566ALESSIO PINOTTI
LUNEDI’ 19
Final­mente si parte. Le ore in treno sono inter­minabili. Ho chiesto ad alcu­ni ragazzi che lo scor­so anno era­no sta­ti a Dachau le impres­sioni provate a vis­itare un cam­po di con­cen­tra­men­to dato che per me è il pri­mo viag­gio del­la MEMORIA, per­ché un con­to è leg­gere, un con­to ascoltare chi ha fat­to un’esperienza sul cam­po. Durante il viag­gio incon­tro con rap­p­re­sen­tante del­la comu­nità gay di Firen­ze poi ‚durante la notte, ho pen­sato a come dovessero sen­tir­si i pri­gion­ieri den­tro quei car­ri bes­ti­ame……
MARTEDÌ’ 20
Arriv­i­amo ad Oswiec­im e saliamo subito sui pull­man che ci por­tano a Birke­nau e lì mi ren­do con­to di aver fat­to lo stes­so per­cor­so di migli­a­ia di depor­tati.
Arriv­i­amo: quel­lo che vedo davan­ti ai miei occhi è un enorme cam­po e non pos­si­amo nep­pure immag­inare in quali con­dizioni vivessero oltre 2.000.000 per­sone.
La nos­tra gui­da è una polac­ca che ha per­so i non­ni pro­prio qui, in questo cam­po e vol­e­va trasmet­ter­ci non solo notizie, ma anche sen­ti­men­ti ed emozioni. Abbi­amo vis­i­ta­to la parte fem­minile del cam­po: la barac­ca del­la morte e quel­la dei bam­bi­ni scelti da Men­gele per gli esper­i­men­ti. Poi ci siamo dirette ver­so i resti dei cre­ma­tori dove migli­a­ia di per­sone sono morte sof­fo­cate con il zyclon b e le loro ceneri sono state dis­perse in quell’enorme cam­po. Dopa la cer­i­mo­nia di ricor­do con la let­tura dei nomi ed età delle vit­time ci siamo recati ad un cin­e­ma di Cra­covia dove abbi­amo ascolta­to le tes­ti­mo­ni­anze di Enri­co Fink e di Vera Vigevani Jarach.
MERCOLEDÌ’ 21
Oggi visi­ti­amo Auschwitz, cam­po di lavoro come ci fa subito ricor­dare la famosa e bef­far­da scrit­ta “Arbeit match frei” che sem­bra una pre­sa in giro come l’orchestra che accoglie­va i pri­gion­ieri con alle­gre marcette..Abbiamo vis­i­ta­to la cam­era a gas e i due forni cre­ma­tori adi­a­cen­ti: espe­rien­za incred­i­bile che non si può descri­vere.
Come è pos­si­bile fare quel­lo che face­vano e poi dichiarar­si non respon­s­abili?
Abbi­amo poi sosta­to di fronte al muro del­la morte, ma quel­lo che mi ha fat­to più effet­to, all’interno dei bloc­chi museo, sono le vetrine con gli ogget­ti ritrovati nei mag­a­zz­i­ni: valige, scarpe….tutto ciò che pen­sa­vano di ripren­dere una vol­ta a des­ti­nazione e che invece gli veni­va tolto dai pro­pri aguzzi­ni.
Il pomerig­gio abbi­amo assis­ti­to alle tes­ti­mo­ni­anze di Mar­cel­lo Martini,Vera Miche­lin e le due sorelle Buc­ci ed è sta­to molto bel­lo con­di­videre queste loro espe­rien­ze. Il viag­gio mi ha fat­to provare più volte ad immedes­i­mar­mi nei depor­tati ed anche se sono con­sapev­ole che non è pos­si­bile provare le loro sen­sazioni, pos­so comunque con­clud­ere che ciò che è sta­to fat­to non dovrebbe accadere mai più.

IMG_4504GABRIELE MAURIZI
LUNEDI’ 19
Par­ti­amo: sal­go sul treno e nel­la mia car­roz­za non conosco nes­suno ma nel giro di poco tem­po fac­cio ami­cizia. Dopo un po’ ci chia­mano per un dibat­ti­to sul­la depor­tazione dei gay: è sta­to molto inter­es­sante per­ché affron­ti­amo argo­men­ti come stili di vita e inte­grazione. La not­ta­ta l’ho pas­sa­ta prati­ca­mente sen­za dormire…..
MARTEDÌ’ 20
Arriv­i­amo in Polo­nia qua­si alle otto e ad Oswiec­im ci aspet­ta il pull­man per portar­ci a Birke­nau. All’entrata è sta­to come rivedere tut­ti quei video dove migli­a­ia e migli­a­ia di per­sone cam­mi­na­vano lun­go ques­ta stra­da, igno­ran­do tut­to ciò che gli sta­va per cap­itare. Mano a mano che cam­mi­no per questo cam­po mi chiedo come la cat­tive­ria umana non abbia lim­i­ti fino ad illud­ere la gente di fare una doc­cia per uccider­li asfis­sian­doli con il gas……..
Il pomerig­gio a Cra­covia abbi­amo assis­ti­to pri­ma ad uno spet­ta­co­lo teatrale, poi all’incontro con Vera Vigevani Jarach, una don­na impres­sio­n­ante, uni­ca, fan­tas­ti­ca che ci ha rac­con­ta­to la sua incred­i­bile sto­ria e mi ha fat­to tornare con i pie­di per ter­ra.
MERCOLEDÌ’ 21
Sveg­lia all’alba, colazione veloce e via ver­so Auschwitz I; ad una pri­ma occhi­a­ta non sem­bra quell’inferno che si dice; begli edi­fi­ci, strade tenute bene… ma è bas­ta­to poco per far­mi cam­biare idea ed è sta­to anche peg­gio di Birke­nau. Il pomerig­gio abbi­amo incon­tra­to quat­tro sopravvis­su­ti: Mar­cel­lo Mar­ti­ni, Vera Miche­lin Salomon e le sorelle Buc­ci. Le loro sto­rie sono sto­rie di vita a dir poco uniche, vite dolorose ma che han­no dimostra­to la forza e il cor­ag­gio di andare avan­ti e portare la loro tes­ti­mo­ni­an­za.
GIOVEDÌ’ 22
Oggi gior­na­ta tur­is­ti­ca: visi­ti­amo la bel­la cit­tà di Cra­covia e nel pomerig­gio andi­amo ver­so la stazione. Il momen­to dei ringrazi­a­men­ti è sta­to molto bel­lo, soprat­tut­to quan­do ci han­no chiesto di abbrac­cia­re chi era vici­no a noi: è sta­to spet­ta­co­lare. Durante il viag­gio di ritorno abbi­amo potu­to di nuo­vo incon­trare le sorelle Buc­ci ed è sta­to anco­ra più emozio­nante che ascoltar­le dal pal­co.
Dopo un lun­go viag­gio siamo tor­nati alle nos­tre case por­tan­do con noi il ricor­do di un’esperienza bel­lis­si­ma che ti apre la mente.

IMG_4567GABRIELE FASANO
LUNEDI’ 19
6.30 si parte da Campiglia. Ci aspet­ta una lun­go viag­gio ver­so Auschwitz. A Firen­ze brut­tis­si­ma notizia: treno con ritar­do di due ore, ma final­mente alle 13.00 saliamo e final­mente par­ti­amo. Durante la notte pen­sieri neg­a­tivi, forse dovu­ti alla sco­mod­ità del let­to, mi sveg­liano e mi tor­men­tano, ma alla fine arri­va il nuo­vo giorno e ver­so le otto siamo a Oswiec­im.
MARTEDI’ 20
Scen­di­amo dal treno e cer­chi­amo la nos­tra gui­da che ci invi­ta a salire sul pull­man per Birke­nau. Arrivati sul pos­to la nos­tra gui­da, Margheri­ta, ci mostra vari bloc­chi. Sono dell’opinione che cer­ti luoghi han­no poco bisog­no di descrizione e colpis­cono ogni per­sona in modo diver­so; ciò che ho prova­to io è un sen­so di rilut­tan­za ver­so l’uomo e quel­lo che riesce a pen­sare e a costru­ire..
La situ­azione di vita in certe barac­che non è nem­meno parag­o­nabile alla vita quo­tid­i­ana di un cane, nep­pure di una gal­li­na. Sono emozioni che si provano cre­do una sola vol­ta nel­la vita, ti las­ciano un vuo­to den­tro e ti fan­no riflet­tere molto anche sul­la tua iden­tità. Viene spon­ta­neo chieder­si del­la pro­pria fine, se ci sarà qual­cuno che in futuro perse­gui­terà la tua raz­za. Poichè sec­on­do me la sto­ria è un ciclo potrebbe accadere di nuo­vo, in futuro.
Dopo aver vis­i­ta­to Birke­nau in ogni suo ango­lo ci siamo spo­sta­ti a Cra­covia e l’incontro con Vera mi ha las­ci­a­to stu­pe­fat­to; le sue parole bel­lis­sime ci han­no inseg­na­to il sen­so del­la vita, il vero sig­ni­fi­ca­to di “rival­sa” e la gran­dis­si­ma capac­ità umana di risalire una vol­ta toc­ca­to il fon­do, sen­za mai arren­der­si.
MERCOLEDI’ 21
Auschwitz I : entra­ta: pri­mo “colpo” la scrit­ta “Arbeit match frei.”
Ha inizio la nos­tra visi­ta gui­da­ta al cam­po museo: ci ven­gono for­ni­ti dati, ma soprat­tut­to ci ven­gono fat­ti vedere gli ogget­ti: valigie, scarpe, capel­li, forchette, piat­ti, tut­ti ogget­ti che i tedeschi han­no in qualche modo reci­cla­to.
In una vet­ri­na anche le mol­e­cole di cyclon b. Tut­to questo ha avu­to su di me un effet­to angos­ciante, se devo essere sin­cero ho prova­to un sen­so di schi­fo nei con­fron­ti dell’essere umano.
L’emozione più grande l’ho avu­ta di fronte al libro dei mor­ti; ho inizia­to a sfogliar­lo per cer­care il mio cog­nome; non ho trova­to niente, ma ho let­to vera­mente trop­pi nomi!!!
Nel pomerig­gio tor­ni­amo a Cra­covia ad ascoltare i super­sti­ti e quel­lo che più mi ha col­pi­to, fin dal­la pri­ma vol­ta lo scor­so anno quan­do l’ho sen­ti­to al Man­dela Forum èp sta­to Mar­cel­lo Mar­ti­ni; non so spie­gar­lo ma la sua sto­ria mi coin­volge molto.
GIOVEDI’ 22
Ci sveg­liamo presto e visi­ti­amo Cra­covia; dopo un pran­zo tra i peg­giori che io ricor­di ci avvi­amo ver­so il ritorno. Sta­vol­ta sul treno c’erano le sorelle Buc­ci e Vera Jarach a rispon­dere alle nos­tre domande e a rac­con­tar­ci anco­ra det­tagli delle loro vite..
Purtrop­po il viag­gio sta ter­mi­nan­do e le emozioni e i sen­ti­men­ti che ci ha sus­ci­ta­to sono molti. Non pos­so che fare altro che ringraziare le inseg­nan­ti e chi­unque mi ha fat­to com­pag­nia durante ques­ta avven­tu­ra.

DIARI EINAUDI CECCHERELLI.docANDREEA LUPUSOR
Mi chi­amo Andreea ed è la pri­ma vol­ta che scri­vo un diario e quin­di non so se ne sarò capace.
Ieri, 19 gen­naio 2015, siamo par­ti­ti con tut­ti gli stu­den­ti del­la Toscana ver­so la Polo­nia con il Treno del­la Memo­ria per vis­itare il cam­po di ster­minio di Auschwitz, dove persero la vita tan­ti Ebrei, Rom, Sin­ti, omoses­su­ali, Tes­ti­moni di Geo­va, polac­chi, rus­si, pri­gion­ieri di guer­ra e molti altri.
Il treno è par­ti­to da Firen­ze alle 13.15 e siamo arrivati in Polo­nia il giorno dopo alle 7.30 di mat­ti­na.
Nonos­tante le 20 ore di viag­gio, sul treno siamo sta­ti molto meglio in con­fron­to di quei pover­ac­ci che veni­vano car­i­cati sui treni mer­ci, bui, fred­di sen­za una sedia, né cibo, né acqua.
Quan­do siamo arrivati alla stazione di Oswiec­im, abbi­amo trova­to 16 pul­man ad aspettar­ci per accom­pa­g­nar­ci al cam­po di Auschwitz 2‑Birkenau.
La nos­tra gui­da, quel giorno, era una don­na che ci ha rac­con­ta­to nei min­i­mi par­ti­co­lari ogni bloc­co, ogni parte di quel campo…ci ha rac­con­ta­to tut­to con così tan­ta pas­sione, affet­to, tris­tez­za e tan­to dolore per­ché anche lei, in quel maledet­to lager, ave­va per­so dei famil­iari, i suoi quat­tro non­ni.
Sec­on­do me non è facile rac­con­tare ciò che è accadu­to alle per­sone a cui vuoi bene e sei lega­to pro­fon­da­mente…
Quan­do abbi­amo ter­mi­na­to di vis­itare il cam­po, siamo andati al Ris­torante, Tar­gowa, dove devo dire di aver man­gia­to bene dato che la cuci­na polac­ca assomiglia molto a quel­la del mio paese.
Fini­to di man­gia­re siamo andati al teatro Kijow a Cra­covia dove Enri­co Fink , attra­ver­so uno spet­ta­co­lo, ci ha rac­con­ta­to la sua sto­ria che ha inizio dal ritrova­men­to di una vec­chia giac­ca che appartene­va al suo non­no, recu­per­a­ta in un vec­chio arma­dio nel­la casa di sua non­na. Era l’unico ricor­do rimas­to del suo caro non­no, una giac­ca e poche fotografie…che lo han­no sprona­to a vol­er conoscere le sue orig­i­ni. Ci ha fat­to sen­tire quan­to era orgoglioso di essere un ebreo e di portare quel cognome…ci ha trasmes­so tutte le sue emozioni attra­ver­so la musi­ca e la sua voce.
Dopo c’è sta­ta la tes­ti­mo­ni­an­za di Vera Vigevani Jarach, una sig­no­ra di 86 anni, mes­sa alla pro­va ben due volte dal des­ti­no: pri­mo, essendo ebrea, con le leg­gi razz­iali, dovette abban­donare l’Italia, con la sua famiglia per emi­grare in Argenti­na, a Buenos Aires, las­cian­do i suoi par­en­ti e il suo ama­to non­no, mor­ti poi nei campi di con­cen­tra­men­to; sec­on­do, dopo tan­ti anni, quan­do ormai si era for­ma­ta la sua famiglia, sua figlia che ave­va 18 anni, un giorno non è più tor­na­ta a casa. Face­va parte del col­let­ti­vo sco­las­ti­co che si occu­pa­va dei prob­le­mi pre­sen­ti all’interno del­la sua scuo­la, era una ragaz­za impeg­na­ta, che ave­va a cuore le prob­lem­atiche altrui.
L’ha cer­ca­ta per molti anni, instan­ca­bil­mente, ma solo dopo 20 anni ha scop­er­to che la sua bam­bi­na era una “desa­pare­ci­dos”, era sta­ta rapi­ta insieme a tan­ti altri gio­vani, fat­ta salire su un aereo e poi, da una grande altez­za, fat­ta cadere nell’acqua in modo da non las­cia­re nes­suna trac­cia.
Anche se ha sof­fer­to tan­to quel­la don­na è rius­ci­ta ad andare avan­ti, a dare un sen­so alla pro­pria vita e a man­tenere sem­pre il sor­riso sulle lab­bra. Ad un cer­to pun­to ha det­to una frase che mi ha fat­to riflet­tere e mi ha ricorda­to tutte le mie care amiche: “ il dono più prezioso che noi abbi­amo sono gli Ami­ci”.
Dopo il teatro siamo arrivati al nos­tro alber­go dove abbi­amo cena­to e subito riposato per­ché il giorno dopo, molto presto, dove­va­mo ripar­tire per Auschwitz1.
Ad Auschwitz1 è stato….non riesco ad esprimere con le parole cosa si sente den­tro quan­do si è lì….molto dolore, tris­tez­za, rab­bia per non aver potu­to fare niente per impedire quel­la orri­bile trage­dia…
Quan­do sono entra­ta in tut­ti quegli edi­fi­ci, nel­la cam­era a gas, nel­la cam­era delle tor­ture e poi tutte quelle stanze in cui si trova­vano tan­ti capel­li, valigie, scarpe, vestiti…tutte quelle prove di ciò che è accaduto…è lì, in quel momen­to che ti ren­di con­to di quan­to, noi gio­vani, siamo sta­ti for­tu­nati e quan­to dovrem­mo apprez­zare ogni sec­on­do del­la nos­tra vita, ringrazian­do i nos­tri gen­i­tori per come ci han­no cresciu­ti e ringrazian­do Dio per aver­ci dona­to ques­ta nos­tra esisten­za nel­la quale pos­si­amo, se vogliamo, super­are le dif­fi­coltà, stare in pace e scegliere per noi stes­si, sen­za che lo fac­ciano gli altri per noi…
Dopo il pran­zo siamo ritor­nati al teatro dove ci aspet­ta­vano quat­tro tes­ti­moni per rac­con­tar­ci le loro sto­rie: Mar­cel­lo Mar­ti­ni, Vera Salomon, Tatiana e Andra Buc­ci.
Sono delle sto­rie molto tristi e quin­di m’immagino quan­to può essere dif­fi­cile e doloroso per loro rac­con­tar­le.
La sera, dopo cena, siamo andati a fare una breve visi­ta del cen­tro del­la cit­tà di Cra­covia che abbi­amo potu­to ammi­rare la mat­ti­na dopo.
Una cit­tà molto cari­na e puli­ta. La gui­da ci ha rac­con­ta­to la sto­ria del dra­go lega­ta alla cit­tà e ci ha spie­ga­to tante altre cose.
Abbi­amo pran­za­to e dopo siamo andati alla stazione di Cra­covia dove c’è sta­ta una cer­i­mo­nia di chiusura e di salu­to e poi siamo sal­i­ti sul treno per ritornare in patria.
E’ sta­ta un’esperienza indimenticabile…mi ha fat­to capire quan­to è impor­tante la Vita e quan­to dovrem­mo apprez­zare tut­to ciò che Dio ci regala ogni giorno. Purtrop­po il modo in cui vivi­amo oggi, mi fa capire che in ogni momen­to pos­si­amo “scatenare” una sim­i­le tragedia…tale viag­gio dovreb­bero far­lo tut­ti e forse solo dopo aver vis­to, può dar­si che questo mon­do pos­sa cam­biare in meglio, andare ver­so il bene…
Ringra­zierò in tut­ta la mia vita, per questo viag­gio, la mia pro­fes­sores­sa e la Regione Toscana…senza di loro, questo cam­mi­no, ques­ta impor­tante espe­rien­za, non avrei mai potu­to far­la… gra­zie.

20150120_094135BEATRICE CIPOLLI
Le mie sen­sazioni alla parten­za sono diverse, inizian­do dal­la felic­ità per la con­sapev­olez­za di essere sta­ta scelta per questo impor­tante viag­gio, quin­di mi sen­to anche for­tu­na­ta, alla tris­tez­za, in sen­so pos­i­ti­vo, aspet­tan­do­mi chissà quale “effet­to” nel vedere cosa è accadu­to a tut­ta quel­la povera gente.
LUNEDI’ 19
Alla parten­za da Firen­ze sono pre­sa dal­l’en­tu­si­as­mo e dal­l’or­goglio nel vedere quan­ti di noi si sono impeg­nati e han­no capi­to quan­to pote­va essere impor­tante parte­ci­pare al Treno Del­la Memo­ria.
Già dal­la dura­ta del viag­gio ver­so la Polo­nia ci imbat­ti­amo nel­la pri­ma dif­fi­coltà, è fati­coso e stan­cante per noi pur aven­do la comod­ità delle cuc­cette e di un pic­co­lo bar, fig­uri­amo­ci come pote­va essere per quelle per­sone, tutte ammas­sate come bestie e sen­za il min­i­mo spazio per res­pi­rare.
Nel­la nos­tra car­roz­za, n° 14, abbi­amo già fat­to nuove ami­cizie. Ragazze e ragazzi mer­av­igliosi con cui scherzi­amo, ridi­amo, ma pen­san­do sem­pre alla moti­vazione per cui abbi­amo intrapre­so il viag­gio e alle pro­prie aspet­ta­tive.
Durante il viag­gio abbi­amo avu­to modo di parte­ci­pare a degli incon­tri. Con il mio grup­po abbi­amo incon­tra­to la comu­nità ebraica, sarebbe sta­to inter­es­sante ma siamo rius­ci­ti a capire e sen­tire poco, dato che erava­mo tan­ta gente, riu­ni­ta in una sola stan­za e la voce degli inter­vis­ta­ti la sen­ti­va­mo appe­na. Per­sonal­mente mi è dispiaci­u­to un po’.
La not­ta­ta è sta­ta lun­ga e sco­mo­da, ma mi con­sola­vo anco­ra pen­san­do a come la trascor­re­vano quei poveri depor­tati.
MARTEDI’ 20
Final­mente la mat­ti­na del 20/01 arriv­i­amo in Polo­nia.
Scen­di­amo dal treno e ci sono subito parec­chi pull­man ad atten­der­ci per andare a vis­itare il cam­po Auschwitz2-Birke­nau, vici­no alla cit­tà di Oświęcim.
Il nos­tro pull­man era il numero 7. Ogni grup­po ave­va una gui­da che ci ha segui­ti per tut­ti e 5 i giorni. Nel nos­tro caso si chia­ma­va Isabel­la ‚una ragaz­za molto disponi­bile e sim­pat­i­ca.
Ci avvicini­amo al cam­po e già sen­to i bri­v­i­di, in lon­tanan­za intravede­vo alcu­ni bloc­chi.
L’at­mos­fera è cupa, incute tim­o­re ed anche l’aria è rigi­da, austera, fred­da.
Scen­di­amo dal pull­man e il sor­riso sul mio viso scom­pare, pre­sa da un’ insieme di for­ti sen­sazioni, a prevalere però è la tris­tez­za.
Entri­amo, e già mi ero accor­ta di quan­to è immen­so il cam­po. Il ter­reno è palu­doso, molto sco­mo­do al cam­mi­no, ma tut­to questo face­va parte del “pro­gram­ma”, per­chè anche il cam­mi­no dove­va essere dis­agev­ole in quel­l’in­fer­no..
Un’altra gui­da che ci ha segui­ti al suo inter­no, è una sig­no­ra disponi­bilis­si­ma e dolce, ma soprat­tut­to ave­va la grande capac­ità di trasmet­ter­ci delle sen­sazioni molto for­ti, reali, quan­do ci spie­ga­va e rac­con­ta­va la strut­tura del cam­po e le atroc­ità che avveni­vano al suo inter­no.
Margheri­ta, la nos­tra gui­da, cre­do che vi abbia per­so alcu­ni famil­iari, i suoi quat­tro non­ni, ecco forse come pos­si­amo spie­gare la sua voce rot­ta dal­la com­mozione, dal pianto alcune volte.
Molte par­ti del cam­po sono state dis­trutte dai nazisti, quin­di abbi­amo sola­mente vis­to alcu­ni bloc­chi, dove all’in­ter­no dormi­vano i bam­bi­ni e le donne, poi le latrine, il bloc­co dove avreb­bero dovu­to lavar­si, una teca con vari ogget­ti ritrovati e abbi­amo per­cor­so alcu­ni pezzi di bina­rio su cui arriva­vano i treni mer­ci pieni di esseri umani. La por­ta prin­ci­pale non abbi­amo potu­to vis­i­tar­la per­chè era sta­ta cop­er­ta da un grosso ten­done prepara­to in occa­sione del­la cer­i­mo­nia dei 70 anni dal­la lib­er­azione; anche noi a fine mat­ti­na­ta abbi­amo parte­ci­pa­to ad essa.
Ver­so le 11.30 siamo poi entrati nel­la “sala d’at­te­sa” luo­go dove reg­is­tra­vano i depor­tati. All’in­ter­no tro­vi­amo anche moltissime foto di per­sone feli­ci, serene, ster­mi­nate all’in­ter­no del cam­po. Sem­pre in ques­ta sala abbi­amo incon­tra­to per la pri­ma vol­ta le sorelle Buc­ci, depor­tate da bam­bine e sopravvis­sute ad Auschwitz.
La visi­ta era fini­ta, ora aspet­tava­mo le 12.30 per iniziare la cer­i­mo­nia.
La Regione Toscana ave­va pen­sato ad un prog­et­to molto bel­lo, che poi abbi­amo svolto. Ad ognuno di noi era sta­to affida­to il nome di un depor­ta­to, sul quale dove­va­mo doc­u­mentar­ci con le date di depor­tazione e di morte. Durante la cer­i­mo­nia abbi­amo for­ma­to due file, noi stu­den­ti arrivava­mo ai micro­foni e sen­za inter­val­li tra l’uno e l’al­tro pro­nun­ci­ava­mo il nome a noi asseg­na­to e l’età. E’ sta­to tut­to molto toc­cante e com­movente, soprat­tut­to la preghiera ebraica.
Alla fine del­la visi­ta al pri­mo cam­po ci siamo diret­ti al ris­torante.
Per me, all’inizio, è sta­to dif­fi­cile man­gia­re, aven­do in mente quel­lo che ave­vo appe­na vis­to.
A fine pran­zo il pull­man ci ha por­tati a Cra­covia, che è sta­ta la cit­tà dove abbi­amo allog­gia­to in quei giorni.
Quel pomerig­gio siamo andati al cin­e­ma a vedere uno spet­ta­co­lo teatrale che mi ha col­pi­ta tan­tis­si­mo, il pro­tag­o­nista era Enri­co Fink, un attore di orig­i­ni ebree che recitan­do e can­tan­do ha rac­con­ta­to e ricorda­to la sto­ria dei pro­pri cari.
Dopo di esso abbi­amo ascolta­to il rac­con­to di Vera Vigevani Jarach.
Vera dovette emi­grare in Argenti­na per­ché le leg­gi razz­iali le impe­di­vano di andare a scuo­la e di avere una vita nor­male. Ma l’Argentina per Vera è sta­ta anche la perdi­ta del­la figlia Fran­ca, scom­parsa a diciott’anni, una tra i trentami­la desa­pare­ci­dos vit­time del­la dit­tatu­ra mil­itare .
Vera è una don­na da ammi­rare, ha una forza di volon­tà immen­sa. Parla­va con nat­u­ralez­za del­la sua vicen­da, mi è sem­bra­to qua­si di tornare bam­bi­na quan­do mia non­na mi rac­con­ta­va le sue sto­rie. Mi ave­va vera­mente “pre­sa” con i suoi dis­cor­si.
Alla fine del­la ser­a­ta teatrale siamo andati in hotel; era vera­mente bel­lo.
MERCOLEDI’ 21
Ci aspet­ta una gior­na­ta pesante, un’altra gior­na­ta di rif­les­sioni, di emozioni for­ti.
Ci siamo alza­ti presto per rag­giun­gere il sec­on­do cam­po, il cam­po base, Auschwitz1.
All’ar­ri­vo l’e­mozione è la stes­sa di ieri, anzi, forse è più forte.
Quan­do ti tro­vi davan­ti al can­cel­lo con la scrit­ta “ARBEIT MACHT FREI” il silen­zio ti fa fred­dare il sangue e i pen­sieri ti affol­lano la mente. Ho subito pen­sato alla mal­vagità e alla per­ver­sione che dove­va carat­ter­iz­zare le SS.
Le camere a gas, i forni cre­ma­tori, il muro delle fucilazioni, men­tre la gui­da rac­con­ta, ti sen­ti in balia di tante emozioni che ti obbligano ad una pro­fon­da rif­les­sione.
Mi han­no col­pi­ta pro­fon­da­mente le fotografie dei depor­tati all’interno del bloc­co. Ho cer­ca­to di guardare ogni foto, ma era impos­si­bile, era­no tantissime…avrei volu­to fis­sar­le tutte nel­la mia mente…ma in tut­ti quegli occhi che guar­da­vo, vede­vo una cosa in comune, il vuo­to. Quegli occhi era­no spen­ti, ave­vano il ter­rore, l’angoscia den­tro. Dopo un po’ non sono rius­ci­ta più a guardar­li, mi sen­ti­vo morire.
Tut­ti si era­no trasfor­mati in scheletri for­mati da pelle ed ossa. Mi han­no sus­ci­ta­to una pro­fon­da angos­cia. E pen­sare che, pri­ma di essere pri­gion­ieri, era­no per­sone libere, che vive­vano una vita nor­male e che solo dopo qualche set­ti­mana nel cam­po era­no diven­tati irri­conosci­bili nell’aspetto. Anche i vesti­ti­ni dei bam­bi­ni, che non sono mai diven­tati gran­di, han­no provo­ca­to in me una pro­fon­da amarez­za.
Per non par­lare dei capel­li, le prote­si, gli occhiali, i barat­toli del­lo Zyklon‑B.
Questi ulti­mi anco­ra non capis­co per­ché, ma pen­so siano sta­ti la cosa che mi han­no fat­ta stare più male.
Alla vista di essi ho sen­ti­to qual­cosa di inaspet­ta­to den­tro di me, mi sono sof­fer­ma­ta molto a guardar­li.
Tut­to era stu­di­a­to e prog­et­ta­to nei min­i­mi det­tagli e niente era las­ci­a­to al caso.
Essere lì per me è sta­to come pot­er sen­tire quel­lo che han­no prova­to quelle povere per­sone, anche se nel­la realtà è prati­ca­mente impos­si­bile.
Il dis­prez­zo aumen­ta­va, mano a mano, andan­do avan­ti.
Ad Auschwitz sem­bra­va che il tem­po non fos­se pas­sato.
Nel­lo stes­so pomerig­gio siamo tor­nati al teatro dove erava­mo sta­ti il giorno pri­ma, ora per ascoltare le tes­ti­mo­ni­anze dei sopravvis­su­ti al cam­po: le due sorelle Buc­ci, Vera Salomon, Mar­cel­lo Mar­ti­ni e Ceseri.
Sono sta­ta atten­tis­si­ma a ogni sin­go­la paro­la da loro det­ta, mi si sono riem­pi­ti gli occhi di lacrime ad ognuno dei loro rac­con­ti e alla notizia che nel treno di ritorno avrem­mo potu­to incon­trar­li e fare loro delle domande mi si è riem­pi­to il cuore di gioia. Sem­bra­va impos­si­bile avere di fronte pro­prio loro, pro­prio loro che sono rius­ci­ti a soprav­vi­vere a quelle atroc­ità. Sem­bra­vano qua­si sto­rie inven­tate, irre­ali… quan­do ti sen­ti rac­con­tare quelle cose non riesci a real­iz­zare che pos­sono essere accadute davvero. Ma purtrop­po l’u­man­ità si è mac­chi­a­ta di un crim­ine inac­cetta­bile e dob­bi­amo ricor­dare e riconoscere gli errori per non ricom­met­terne mai più, soprat­tut­to di ques­ta grav­ità.
Al ritorno nel­l’ho­tel ci siamo preparati velo­ce­mente, abbi­amo cena­to e siamo usci­ti. Ave­va­mo la ser­a­ta libera.Cracovia è una bel­lis­si­ma cit­tà, ric­ca di sto­ria e meri­ta vera­mente tan­to di essere vis­i­ta­ta.
GIOVEDI’ 22
Ulti­mo giorno in Polo­nia.
Oggi ave­va­mo la gior­na­ta per vis­itare il cen­tro di Cra­covia e alcune sin­a­goghe con la nos­tra gui­da.
Come ho già det­to la cit­tà è molto bel­la, ci sono molte cose da vedere.
Le sin­a­goghe sono luoghi molto seri, sac­ri e dopo la visi­ta al cam­po ono­rare la reli­gione Ebraica pen­so sia il min­i­mo. Appe­na sono entra­ta all’in­ter­no del luo­go di cul­to, anche se ci siamo sta­ti vera­mente poco, mi sono sen­ti­ta in dovere di dedi­care un pen­siero e una preghiera per tut­ti loro.
Ter­mi­na­to il pran­zo e la visi­ta del­la cit­tà è arriva­to il momen­to di andare alla stazione per ripren­dere il treno e intrapren­dere il lun­go viag­gio ver­so il ritorno, un po’ più maturi di pri­ma, per­sone nuove e miglio­rate, si spera!!.
Arrivati alla stazione c’è sta­to il momen­to dei ringrazi­a­men­ti e dei salu­ti. Dopodiché è arriva­to il nos­tro treno e siamo ripar­ti­ti.
Alla fine di questo viag­gio mi sen­to di con­sigliare a tut­ti di andare ad Auschwitz, è un’es­pe­rien­za che porterete sem­pre den­tro di voi, nel vostro cuore.
Mai dimen­ticherò quei giorni.
Mai dimen­ticherò quei volti fotografati.
Mai dimen­ticherò quel silen­zio che ti assale.
Sec­on­do me l’o­bi­et­ti­vo prin­ci­pale di questo viag­gio è appun­to di “ritrovare la memo­ria”, fare un pas­so indi­etro nel nos­tro pas­sato e capire i nos­tri sbagli.
Siamo noi i cit­ta­di­ni di domani e quest’es­pe­rien­za ci deve aiutare a costru­ire appun­to le per­sone che sare­mo in futuro.
Fino a che non sono tor­na­ta a casa non ave­vo avu­to il tem­po di sof­fer­mar­mi a pen­sare a quel­lo che ave­vo vis­to, alle sen­sazioni che ave­vo prova­to. Fino a che non sono arriva­ta a rac­con­tare l’es­pe­rien­za alla mia famiglia, ai miei ami­ci, non mi ero resa bene con­to del­la for­tu­na che ave­vo avu­to a parte­ci­pare a questo viag­gio, ma soprat­tut­to l’aiu­to che mi ha dato per crescere. Mi sen­to una per­sona migliore. Mi sen­to for­tu­na­ta anche per­chè mi sto ren­den­do con­to del­l’im­por­tan­za del­la lib­ertà di opin­ione e di paro­la, l’im­por­tan­za di avere una scuo­la e l’istruzione, l’im­por­tan­za di una famiglia, delle per­sone accan­to che mi aiu­tano quan­do ne ho bisog­no. Ma anche delle pic­cole cose come un let­to, un pas­to cal­do e la “buo­nan­otte” e il “buon­giorno” dei miei gen­i­tori. Non è impor­tante che cel­lu­lare hai, non sono impor­tan­ti le scarpe alla moda, non è impor­tante la bel­la macchi­na, come la nos­tra soci­età ci sta facen­do credere.
Sveg­liamo­ci!! Dob­bi­amo rea­gire quan­do vedi­amo che il ragaz­zo di col­ore viene dis­crim­i­na­to, quan­do la ragaz­za les­bi­ca viene pre­sa in giro! E non quan­do i gen­i­tori non ci han­no com­pra­to la bor­sa che vol­e­va­mo o il cel­lu­lare nuo­vo.
Bisogna andare lì e guardare con i pro­pri occhi, ren­den­dosi con­to per­sonal­mente di quel­lo che è accadu­to e di quel­lo che potrebbe poten­zial­mente anco­ra accadere. NUNCA MAS!!!…

20150120_094151ARIANNA BUFALINI
Pri­ma di par­tire ave­vo un po’ di pau­ra ad affrontare questo viag­gio. Cre­de­vo che avrei pianto appe­na entra­ta nei campi, appe­na aves­si vis­to quegli orri­bili posti, invece così non è sta­to.
LUNEDI’ 19
Siamo par­ti­ti da Firen­ze, appe­na sali­ta sul treno ho fat­to conoscen­ze, il viag­gio è sta­to lun­go ma in fin dei con­ti aven­do­lo trascor­so in com­pag­nia non è sta­to così male.
Durante il viag­gio abbi­amo parte­ci­pa­to ad un incon­tro con la comu­nità ebraica, non sono rimas­ta tan­to sod­dis­fat­ta, poiché erava­mo troppe per­sone in un solo vagone e dal­la mia postazione non sono rius­ci­ta a seguire la dis­cus­sione.
MARTEDI’ 20
Appe­na sce­si dal treno ci siamo avviati con un auto­bus ver­so il cam­po di ster­minio, Auschwitz2 — Birke­nau. Più ci avvic­i­nava­mo all’en­tra­ta più l’an­gos­cia pren­de­va cam­po in me.
Pen­sa­vo che sarei sta­ta malis­si­mo, che avrei pianto, ma alla fine non l’ho fat­to. Non so cosa mi ha aiu­ta­ta a trat­ten­er­mi, ero dis­gus­ta­ta dalle atroc­ità commesse dalle SS, ero scioc­ca­ta e impres­sion­a­ta da quan­to fos­se grande quel cam­po, si perde­va a vista d’oc­chio. È tal­mente fuori dagli sche­mi del­la nor­mal­ità che non sem­bra nem­meno reale, e a pen­sare che è tut­to vero ho un sen­so di ribrez­zo impres­sio­n­ante. Nel pomerig­gio siamo andati al cin­e­ma del­la cit­tà dove abbi­amo assis­ti­to ad una sto­ria rac­con­ta­ta attra­ver­so la musi­ca e le parole, da Enri­co Fink; è sta­to un incon­tro molto cari­no e soprat­tut­to diret­to, ho sem­pre in mente la melo­dia di una delle can­zoni can­tate quel giorno. Dopo di lui è sali­ta sul pal­co Vera Vigevani Jarach, nipote di un depor­ta­to nei campi di ster­minio e madre di una “desa­pare­ci­dos”. La sua sto­ria è molto triste, carat­ter­iz­za­ta da due even­ti sim­ili ma al tem­po stes­so diversi…una don­na sim­pat­i­ca con un caris­ma molto forte…mi ha fat­to davvero piacere aver­la incon­tra­ta.
MERCOLEDI’ 21
Il giorno dopo siamo andati al cam­po di con­cen­tra­men­to, Auschwitz1 cam­po Madre. Anche qui inizial­mente ho prova­to le stesse sen­sazioni del giorno pri­ma, quan­do poi siamo entrati nel blocco11 del­la morte e suc­ces­si­va­mente nel bloc­co dove sono pre­sen­ti gli ammas­si di capel­li, delle prote­si, dei con­teni­tori del­lo “zyk­lon b”… una sen­sazione di dis­gus­to ha preval­so su tutte le altre sen­sazioni.
Quest’esperienza mi ha resa inca­pace di par­lare, non riesco a trovare le parole per esprimere ciò che pro­vo den­tro, non pen­sa­vo di pot­er provare questo sta­to d’animo, non riesco ad esprimere ciò che sen­to…
Il pen­siero di cam­minare sulle ceneri di quelle povere per­sone mi ha fat­to venire i bri­v­i­di. Usci­ta dal cam­po, dopo aver vis­to i forni cre­ma­tori, il muro del­la morte…tutto cura­to nei min­i­mi dettagli…ero scon­cer­ta­ta, non era pos­si­bile che tut­ta la popo­lazione tedesca potesse essere d’accordo, con­di­videsse tali obbro­bri, non è nep­pure pos­si­bile che non si siano accor­ti di niente e non è da per­sone dotate di un min­i­mo di intel­li­gen­za accettare che quei cor­pi livi­di, magri, venis­sero trasfor­mati in sapone, guan­ti, quadri, paralumi…come pote­vano usare tut­ti quei macabri ogget­ti come sup­pel­let­tili? Come pote­vano vivere ser­e­na­mente al pen­siero di lavar­si con il gras­so di un mor­to? Oppure usare come tappezze­ria quel­la stof­fa mor­bidis­si­ma fat­ta con i capel­li delle donne uccise dal gas? Come è pos­si­bile che una per­sona con una coscien­za, un min­i­mo di cuore pos­sa stare in silen­zio di fronte ad una sim­i­le trage­dia? Non riesco a dar­mi nes­suna rispos­ta, l’unica cosa che pos­so pen­sare è che fos­sero dei fol­li, privi di sen­ti­men­ti ed emozioni, per­sone sen­za cuore.
Nel tar­do pomerig­gio siamo ritor­nati al teatro di Cra­covia dove abbi­amo incon­tra­to alcu­ni sopravvis­su­ti come Mar­ti­ni, Vera Salomon e le sorelle Buc­ci. Ci han­no rac­con­ta­to le loro espe­rien­ze molto toc­can­ti. Mi ha col­pi­to in modo par­ti­co­lare la sto­ria di Mar­cel­lo Mar­ti­ni, depor­ta­to all’età di 14 anni… ave­va ricor­di molto niti­di, quin­di il suo rac­con­to è sta­to anco­ra più pro­fon­do e par­ti­co­lareg­gia­to, a dif­feren­za delle sorelle Buc­ci che essendo più pic­cole ricor­dano meno di quel­l’or­ri­bile pos­to.
GIOVEDI’ 22
La mat­ti­na abbi­amo vis­i­ta­to la chiesa, la sin­a­goga e la cit­tà di Cra­covia. Accan­to alla pic­co­la sin­a­goga abbi­amo vis­i­ta­to l’austero cimitero ebraico, le lapi­di era­no ricop­erte di pic­coli sas­soli­ni las­ciati dai par­en­ti come seg­no delle loro preghiere e ringrazi­a­men­ti. Arrivati alla stazione siamo ripar­ti­ti per l’I­talia. Il viag­gio di ritorno tenu­tosi tra il 22 e il 23 è sta­to più o meno come il viag­gio di anda­ta, lun­go, stan­cante, ma non trop­po pen­sante gra­zie ai nuovi ami­ci. Sem­pre durante il viag­gio io e altri due miei com­pag­ni di classe abbi­amo incon­tra­to indi­vid­ual­mente le due sorelle Buc­ci, che dire… ero elet­triz­za­ta al pen­siero di porre i miei que­si­ti alle dirette tes­ti­moni… è vero che per loro ricor­dare sig­nifi­ca riv­i­vere la sof­feren­za, il dolore… ma è sta­to bel­lis­si­mo! E’ incred­i­bile come siano legate l’una all’altra, si per­cepisce l’amore che le unisce e il ram­mari­co per la scom­parsa del loro cug­inet­to Ser­gio. Dopo aver pos­to le nos­tre domande a Tati, come la chia­ma affet­tu­osa­mente sua sorel­la Andra, ci siamo fat­ti auto­gra­fare il loro libro con­seg­na­to­ci alla parten­za e loro vi han­no ripor­ta­to il numero tat­u­a­to sul brac­cio. Per curiosità abbi­amo cer­ca­to anche Enri­co Fink per con­grat­u­lar­ci con lui e già che c’eravamo gli abbi­amo chiesto un auto­grafo e l’ab­bi­amo ottenu­to.…..
.….Ora che sono tor­na­ta se ripen­so a quei 5 giorni ripar­tirei subito, sia per il viag­gio in sè, che per le ami­cizie strette in quei giorni. Con­siglio questo viag­gio a chi­unque voglia appro­fondire ques­ta pag­i­na di Sto­ria, trasfor­ma il tuo modo di pen­sare, dopo quest’es­pe­rien­za sono cam­bi­a­ta, cresci­u­ta direi!!
Durante questo viag­gio ho avu­to l’opportunità di appro­fondire le mie conoscen­ze sull’organizzazione del cam­po, ma la cosa più impor­tante che ho impara­to è che dob­bi­amo accettar­ci tut­ti vicen­de­vol­mente, non esistono dif­feren­ze, non ci devono essere per­sone social­mente indesider­abili, non deve esistere nes­suna for­ma di razz­is­mo, per­ché se una tale trage­dia è accadu­ta una vol­ta, potrebbe tran­quil­la­mente riaccadere…basta guardare i fat­ti di cronaca internazionali…chi ci garan­tisce che tra tut­ti gli esseri umani non pos­sa esser­ci un altro Himm­ler? Siamo tut­ti a ris­chio, ma è pro­prio attra­ver­so queste espe­rien­ze che pos­si­amo aprire i nos­tri occhi e la nos­tra mente.
Non si ver­gog­nano i negazion­isti ad affer­mare che la Shoah non è mai accadu­ta? Con­siglio a tut­ti e in par­ti­co­lare agli scetti­ci di vis­itare i campi di con­cen­tra­men­to, in par­ti­co­lare il cam­po di ster­minio di Auschwitz e di ascoltare le parole dei sopravvissuti…come pot­er negare l’evidenza? Loro c’erano, han­no vis­su­to tutte quelle atroc­ità sul­la loro pelle…è da per­sone scioc­che e scon­sid­er­ate con­tin­uare a pen­sare che non sia suc­ces­so ciò che raccontano…quale mente umana potrebbe inventare o solo immag­inare tali crudeltà??

IMG_4569DANIELE PERINI
Ho pre­so parte all’edizione del “Treno del­la Memo­ria” orga­niz­za­ta dal­la Regione Toscana nel­la set­ti­mana che va dal 19 al 23 Gen­naio 2015.
Lunedì 19 Gen­naio siamo par­ti­ti dal­la stazione San­ta Maria Novel­la di Firen­ze ma già dall’inizio dell’anno sco­las­ti­co la nos­tra mente viag­gia­va, appren­de­va e si for­ma­va attra­ver­so l’orribile mon­do dell’Olocausto.
Ave­va­mo già intrapre­so, infat­ti, un per­cor­so di apprendi­men­to e di preparazione all’evento, tenu­to dal­la nos­tra pro­fes­sores­sa Enri­ca Canac­ci­ni, nel quale abbi­amo potu­to iniziare a focal­iz­zare la nos­tra atten­zione sull’importanza del­la Memo­ria e sui fat­ti accadu­ti in quel ter­ri­bile peri­o­do.
Abbi­amo cer­ca­to un moti­vo (non gius­ti­f­i­cante, ovvi­a­mente), abbi­amo anal­iz­za­to i mec­ca­n­is­mi di ricer­ca del con­sen­so, il ruo­lo del­la pro­pa­gan­da e com­men­ta­to le ges­ta del­la dit­tatu­ra nazista.
Abbi­amo par­la­to in genere degli avven­i­men­ti, dei lib­ri e dei film iner­en­ti l’argomento.
Alla parten­za da Firen­ze ci han­no dis­tribuito altro mate­ri­ale, lib­ri, e ci han­no fat­ti acco­modare sul treno.
Erava­mo nel­lo scom­par­ti­men­to 8 del­la car­roz­za 14 e il treno era sem­pre fer­mo nel­la stazione quan­do mi resi con­to dell’importanza reale che sta­va assumen­do quel­la parten­za. Mi sono subito reso con­to anche di aver trova­to dei com­pag­ni di viag­gio con i quali avrei lega­to.
Il treno è una strana espe­rien­za: molto bel­la, anche se stan­cante e sco­mo­da, ma anche nec­es­saria alla mer­av­iglia d’insieme dell’iniziativa.
Ci siamo orga­niz­za­ti e riposati nei nos­tri scom­par­ti­men­ti e viag­gia­to molte ore.
Al risveg­lio ci siamo preparati, siamo sce­si e ci han­no por­ta­to ad Auschwitz2- Birke­nau.
Immen­so, vuo­to, umi­do e straziante. Bas­tano per descri­vere il gri­gio del cielo sopra le nos­tre teste che riflet­te­va ogni sin­go­la emozione che trasmet­te­va il cam­po di Birke­nau.
Una gui­da polac­ca che parla­va per­fet­ta­mente ital­iano ci ha mostra­to e illus­tra­to il cam­po, i bloc­chi, i cre­ma­tori, la fer­rovia e ci ha radunati dopo la fine del­la nos­tra visi­ta per pren­dere parte ad un cor­teo silen­zioso che ha vis­to sfi­lare noi, più di 700 ragazzi, per le strade del cam­po fino alla fine dei bina­ri del­la fer­rovia, ai pie­di del mon­u­men­to alle vit­time del cam­po di Birke­nau. In quel luo­go si è tenu­ta una solenne cer­i­mo­nia nel­la quale ognuno di noi ha pro­nun­ci­a­to uno dei nomi di depor­tati ad Auschwitz, gio­vani ebrei arresta­ti in Toscana, pri­gion­ieri politi­ci, inter­nati Rom e Sin­ti, suc­ces­si­va­mente ci sono sta­ti alcu­ni inter­ven­ti da parte delle autorità, sono state lette delle preghiere ed abbi­amo assis­ti­to ad un com­movente Enri­co Fink.
Scos­si dall’esperienza vis­su­ta, abbi­amo pran­za­to e ci siamo recati al cin­e­ma Kijow nel cen­tro di Cra­covia nel quale abbi­amo assis­ti­to ad uno spet­ta­co­lo del­lo stes­so Enri­co Fink e all’intervento di Vera Vigevani Jarach. Don­na mer­av­igliosa, una delle madri di Plaza de Mayo, che ci ha rac­con­ta­to la sua espe­rien­za da ebrea nel peri­o­do nazista, l’aver las­ci­a­to in Italia suo non­no e poi ci ha par­la­to del resto del­la sua vita e di quel­lo che ha pas­sato per essere madre di una desa­pare­ci­dos. Nel par­lare, Vera, si è riv­e­la­ta molto appas­sion­a­ta, decisa, orgogliosa di essere la nipote del suo non­no ebreo, ital­iano e patri­ot­ti­co, che al con­trario di sua nipote e dei suoi gen­i­tori non ave­va riconosci­u­to il peri­co­lo nazista, era rimas­to nel­la sua patria e poi depor­ta­to ad Auschwitz dove era mor­to.
Ci ha rac­con­ta­to del­la sua cresci­ta, del­la sua vita di don­na e di sua figlia mor­ta con un volo del­la mor­ta. Una ragaz­za trop­po inter­es­sa­ta alla polit­i­ca, di una gen­er­azione che non vol­e­va far­si met­tere i pie­di in tes­ta dal­la dit­tatu­ra. Un’intera gen­er­azione ster­mi­na­ta!
La forza, la pas­sione e la volon­tà di con­di­videre i ricor­di… sono queste le sen­sazioni che quel­la col­ta e appas­sion­a­ta don­na mi ha trasmes­so.
Ci ha salu­tati e ci ha las­ci­a­to un moni­to molto toc­cante sull’amicizia: “il più grande dono che abbi­amo nel­la nos­tra vita sono i nos­tri Ami­ci”, pri­ma che noi ci spostas­si­mo al nos­tro alber­go, il bel­lis­si­mo Hotel Novo­tel di Cra­covia.
La mat­ti­na di Mer­coledì ci ha vis­to rag­giun­gere Oswiec­im e vis­itare il cam­po di Auschwitz I, il cam­po base.
Del tut­to diver­so da Birke­nau, il cam­po madre, si mostra impo­nente e sem­pre tragi­ca­mente per­fet­to dall’entrata ai bloc­chi trasfor­mati in musei. Anche qui abbi­amo assis­ti­to ad una cer­i­mo­nia e poi ad una visi­ta dell’interno dei bloc­chi del cam­po adibiti a musei a tema con­te­nen­ti infor­mazioni e reper­ti.
Abbi­amo esam­i­na­to atten­ta­mente l’edificio ded­i­ca­to alla memo­ria degli ebrei, l’altro con la descrizione dei meto­di del­la strage ed infine il bloc­co 11 “bloc­co del­la morte”. Questo fun­zion­a­va da pri­gione del cam­po, un bloc­co che tra­su­da le mal­vagità e l’inumanità delle tor­ture, nel cor­tile di esso si tro­va il muro del­la morte, dove avveni­vano le fucilazioni.
Con questo abbi­amo ter­mi­na­to la nos­tra visi­ta, pran­za­to e di nuo­vo al cin­e­ma Kijow per un incon­tro con Mar­cel­lo Mar­ti­ni, Vera Miche­lin Salomon, Andra e Tatiana Buc­ci e una video-inter­vista di Anto­nio Ceseri. Tutte per­sone splen­dide ma, ovvi­a­mente, ascoltan­dole tutte insieme, una può colpir­ti più di un’altra.
Questo effet­to me lo ha fat­to Mar­cel­lo Mar­ti­ni che, come Vera Vigevani, men­tre parla­va riv­olto a tut­to il pub­bli­co, toc­ca­va per­sonal­mente ognuno di noi. E’ sta­to un immen­so piacere pot­er ascoltare il rac­con­to del­la sua depor­tazione, delle sue vicende per­son­ali e del­la sua salvez­za. Dol­cez­za uni­ca nel­la sua voce quan­do ha par­la­to del­la sua famiglia e delle per­sone che lo han­no sal­va­to nascon­den­do­lo da fer­i­to o risveg­lian­do­lo durante la mar­cia del­la morte.
Bel­lis­si­mo il momen­to in cui l’ho potu­to abbrac­cia­re e dirgli gra­zie per la sua tes­ti­mo­ni­an­za.
I momen­ti più toc­can­ti dell’esperienza sono sta­ti gli incon­tri e i silen­zi all’interno dei campi, ma anche i dis­cor­si tra noi ragazzi, sul pull­man o durante i momen­ti di atte­sa tra un’attività ed un’altra, nei quali cer­cava­mo di rias­sumere i momen­ti appe­na vis­su­ti, com­men­tava­mo le attiv­ità e riflet­te­va­mo sull’importanza del­la Memo­ria, come ci con­sigli­a­vano i tes­ti­moni.
Il treno del­la Memo­ria ti cam­bia, ti rende un’altra per­sona ed io l’ho avver­ti­to quan­do ho inizia­to a com­men­tar­lo, a riper­cor­rere le nos­tre espe­rien­ze, con­div­i­den­dole sia tra noi viag­gia­tori, sia a casa al mio rien­tro. Le sen­sazioni che provi men­tre vivi il viag­gio e le infor­mazioni che recepis­ci for­mano den­tro di te uno zoc­co­lo duro nel carat­tere che ha mol­ta ril­e­van­za nel­la vita quo­tid­i­ana.
Il Giovedì abbi­amo vis­i­ta­to la cit­tà di Cra­covia e siamo ripar­ti­ti per la Toscana.
Sul treno sono con­tin­uati gli incon­tri ed ho avu­to la for­tu­na di pot­er par­lare per­sonal­mente con le due sorelle Buc­ci alle quali abbi­amo potu­to riv­ol­gere qualche doman­da le cui risposte riecheg­giano spes­so nel­la mia mente. Gli incon­tri con queste gran­di per­sone fun­zio­nano così: ti emozio­nano, ti seg­nano, ti entra­no den­tro fino al pun­to di riv­i­vere le loro parole rias­coltan­dole nel pro­fon­do, riprovan­do le stesse emozioni.
L’arrivo a Firen­ze è sta­to Ven­erdì pomerig­gio, stanchi, carichi di bagagli, di emozioni e di nuove ami­cizie.
Ringrazio la Pro­fes­sores­sa Enri­ca Canac­ci­ni per aver­ci per­me­s­so di fare il per­cor­so stori­co-educa­ti­vo sul­la Memo­ria e questo indi­men­ti­ca­bile viag­gio.

20150121_120850YURI ALBERINI
LUNEDI’ 19
Par­ti­amo ora da Firen­ze.
L’aria è car­i­ca di aspet­ta­tive impor­tan­ti: cre­do che questo viag­gio pos­sa essere vera­mente istrut­ti­vo, sia per me e i miei com­pag­ni, sia per le per­sone che mi aspet­tano a casa ed ascolter­an­no le mie impres­sioni. Sarà una forte espe­rien­za, forse addol­ci­ta un po’ gra­zie alla pre­sen­za dei miei ami­ci che mi accom­pa­g­n­er­an­no in ques­ta avven­tu­ra.
Abbi­amo tan­ta stra­da da fare, ma non sem­bra così male per­ché abbi­amo gio­ca­to a carte, ascolta­to la musi­ca, let­to i lib­ri che ci han­no con­seg­na­to alla partenza…mi viene alla mente che la stes­sa stra­da è sta­ta per­cor­sa da per­sone che anda­vano ver­so la morte e non ave­vano tutte le certezze e sicurezze che invece accom­pa­g­nano me, in questo viag­gio.
Il treno mi appare immen­so, ma anche un po’ scomodo…lamentarmi però mi sem­bra fuori luo­go dato che i depor­tati sta­vano in pie­di in vago­ni molto più pic­coli, sporchi, geli­di, bui.
MARTEDI’ 20
Oggi arriv­i­amo ad Oswiec­im, fa fred­do, ma non c’è la neve…questo m’intristisce un po’ per­ché nei doc­u­men­tari che rap­p­re­sen­tano le depor­tazioni spes­so il pae­sag­gio è inneva­to ed io avrei volu­to riv­i­vere, per quan­to pos­si­bile, ciò che accade­va in quegli anni così bui.
Arriv­i­amo a Birke­nau e sin­ce­ra­mente non pro­vo nul­la: l’entrata prin­ci­pale è cop­er­ta, molti edi­fi­ci sono sta­ti rasi al suo­lo e ciò che si vede sono solo mac­erie e bloc­chi umi­di e vuoti.
Prob­a­bil­mente era così anche 70 anni fa, ma non mi ha toc­ca­to, sono rimas­to un po’ delu­so. Entri­amo e le uniche sen­sazioni for­ti le ho provate ascoltan­do i rac­con­ti del­la gui­da che ci ha trasmes­so tris­tez­za, com­pas­sione e osser­van­do le numerose foto rac­colte all’interno del bloc­co dell’accoglienza, scene di vita vera e felice di tante famiglie ebree.
Lo spet­ta­co­lo nel pomerig­gio pro­pos­to da Enri­co Fink è sta­to molto inter­es­sante, mi è piaci­u­to vera­mente! E’ sta­to inten­so e toc­cante il rac­con­to di Vera Vigevani Jarach con il suo impor­tante con­siglio sull’Amicizia, fonte di gioia e seren­ità nel­la vita.
MERCOLEDI’ 21
Visi­ti­amo Auschwitz: la sen­sazione è molto più forte…sembra qua­si di essere in un pic­co­lo vil­lag­gio con case in muratu­ra tutte uguali e pen­sare che sono state il luo­go dove mil­ioni di per­sone han­no prova­to tan­ta sof­feren­za mi fa sen­tir male. E’ molto stra­no vedere dal vivo la famo­sis­si­ma scrit­ta sul can­cel­lo all’entrata…sembra qua­si irreale.
Le stanze all’interno dei vari bloc­chi sono state ben con­ser­vate e trasfor­mate in musei…forse han­no per­so il loro sig­ni­fi­ca­to, nonos­tante con­servi­no mate­ri­ale impor­tante che aiu­ta a com­pren­dere lo ster­minio.
Nell’incontro del pomerig­gio è sta­to utile ascoltare le tes­ti­mo­ni­anze dei sopravvis­su­ti, un impat­to emo­ti­vo for­tis­si­mo, pare­va che questi uomi­ni e donne avessero capi­to il vero sen­so del­la vita.
Mi sono piaciute par­ti­co­lar­mente le parole pro­nun­ci­ate da Mar­cel­lo Mar­ti­ni che per­sonal­mente mi ha con­siglia­to di stu­di­are, non per impara­re, ma per appro­fondire, conoscere, comprendere…perché “ti pos­sono togliere tut­to, ma non le tue idee”!!
GIOVEDI’ 22
Siamo arrivati al ter­mine del nos­tro per­cor­so. Visi­ti­amo Cra­covia, una cit­tà molto cari­na con una sto­ria anti­ca, inter­es­sante da conoscere. Tor­na­to sul treno ho inizia­to a ripen­sare a questo pel­le­gri­nag­gio che riten­go sia sta­to vera­mente utile, ho potu­to toc­care con mano la parte peg­giore dell’uomo, ciò che si legge sui lib­ri è diver­so da ciò che puoi vedere con i tuoi occhi, i numeri e le sta­tis­tiche qui diven­tano per­sone.
Spero un giorno di pot­er parte­ci­pare di nuo­vo a questo viag­gio e mi auguro che i miei ami­ci e par­en­ti, attra­ver­so la mia tes­ti­mo­ni­an­za, pos­sano com­pren­dere la sof­feren­za di mil­ioni di per­sone e cogliere la neces­sità di portare pace, sol­i­da­ri­età, accoglien­za.
Una cosa impor­tante che ho trat­to da ques­ta espe­rien­za è che la fero­cia umana non ha lim­i­ti e che igno­rare questi even­ti può favorire solo il loro ritorno.

DSC_0618ARIANNA ANELLO 
Caro diario,
ieri mat­ti­na siamo par­ti­ti dal­la stazione S.M.N. di Firen­ze alle 13.15 con un treno spe­ciale che ci ha por­ta­to in Polo­nia a Oswiec­im. Questo treno era enorme, era fat­to con car­rozze a cuc­cetta dove all’interno c’erano sei posti let­to. All’inizio del­la nos­tra avven­tu­ra abbi­amo posizion­a­to i bagagli in alto così che noi pote­va­mo rilas­sar­ci a sedere e mag­a­ri per trascor­rere un po’ di tem­po gio­care a carte. Ver­so le 16.00 abbi­amo avu­to un incon­tro con la comu­nità ebraica. L’incontro è sta­to molto inter­es­sante anche se purtrop­po non siamo rius­ci­ti a seguire tut­to quel­lo che dice­vano per­ché c’era mol­ta con­fu­sione. Arrivati alle 18.30 ci han­no servi­to la cena, a me per­sonal­mente non è piaci­u­ta molto. Pri­ma di andare a let­to abbi­amo sis­tem­ato i let­ti e le valigie. Quel­la sera ho dor­mi­to con Yuri e nel mio scom­par­ti­men­to c’erano anche 2 ragazzi, 2 ragazze di Livorno e in più c’era Andreea. La notte per me è sta­ta un po’ trag­i­ca, non ho chiu­so occhio, la cosa pos­i­ti­va è che face­va cal­do. La mat­ti­na seguente ci siamo sveg­liati molto presto ver­so le 5.30, ci han­no servi­to la colazione e poi scen­den­do dal treno ci siamo avviati ver­so i pull­man, erava­mo nel­la cit­tà di Oswiec­im. I pull­man ci han­no accom­pa­g­na­to al cam­po di con­cen­tra­men­to chiam­a­to Auschwitz II Birke­nau. Arriva­ta la gui­da siamo subito andati a vedere il bloc­co infer­mieris­ti­co delle donne, il bloc­co dei bam­bi­ni dove ci ha rac­con­ta­to una sto­ria vera­mente com­movente di una don­na che men­tre usci­va dal bloc­co nel quale era entra­ta di nascos­to per salutare il pro­prio figlio, ha vis­to una bam­bi­na che accarez­za­va i capel­li forse del­la pro­pria madre che era sdra­ia­ta sul­la ter­ra sen­za vita e la don­na che dove­va andar via per­ché era in peri­co­lo, non potè fare niente per quel­la pic­col­i­na che guar­da­va e abbrac­cia­va la madre… “morte tua vita mia” con­tin­u­a­va a ripetere la gui­da. Abbi­amo vis­i­ta­to anche le rovine delle camere a gas. La visi­ta del cam­po è sta­ta molto inter­es­sante e dram­mat­i­ca allo stes­so tem­po. La gui­da ci ha por­ta­to poi a vedere i “mag­a­zz­i­ni” e la stan­za del­la reg­is­trazione dove all’interno oggi, han­no sis­tem­ato le foto di un numero di per­sone dece­dute nel cam­po, che era­no rac­chiuse den­tro una vali­gia, cir­ca 2000. Ver­so le 13.00 c’è sta­ta una cer­i­mo­nia com­mem­o­ra­ti­va, dove prati­ca­mente ci siamo mes­si tut­ti in fila e par­tendo dai mag­a­zz­i­ni siamo arrivati al mon­u­men­to. Ognuno di noi ave­va impara­to il nome di una per­sona dece­du­ta all’interno del cam­po e dove­va decla­mar­lo ad un micro­fono, uno dietro l’altro. Il mio nome era Vio­let­ta Baruch depor­ta­ta all’età di 8 anni. Una vol­ta det­ti tut­ti i nomi abbi­amo fat­to una preghiera per tutte quelle per­sone che den­tro quel cam­po han­no per­so la vita. Siamo andati a pran­zo in un ris­torante e nel pomerig­gio siamo andati in un teatro al cen­tro di Cra­covia, dove abbi­amo ascolta­to la sto­ria del­la sig­no­ra Vera Vigevani Jarach che ave­va una figlia di 18 anni, uccisa dal­la dit­tatu­ra. Ques­ta ragaz­za era anda­ta a scuo­la e come tutte le mamme, Vera aspet­ta­va il suo rien­tro a casa, che non è mai avvenu­to. Dopo anni di domande e di silen­zio, tutte le mamme nel­la sua stes­sa situ­azione han­no inizia­to a denun­cia­re l’accaduto e a chiedere infor­mazioni. Final­mente dopo cir­ca 20 anni, sono rius­cite a sco­prire la ver­ità. Sua figlia era sta­ta rapi­ta men­tre usci­va da scuo­la e fat­ta salire su un aereo per poi essere but­ta­ta in mare. Si pre­sume che l’altezza le abbia stri­to­la­to tutte le ossa e sia mor­ta. Ques­ta sto­ria è sta­ta molto com­movente, ma vedere quel­la sig­no­ra che ne parla­va così ser­e­na­mente un po’ ti face­va sen­tire meglio, nonos­tante quel­lo che le era suc­ces­so lei ha affer­ma­to che i suoi sog­ni si era­no real­iz­za­ti, ave­va avu­to un mar­i­to per­fet­to e una figlia, come dice lei, bel­lis­si­ma, che però le è sta­ta por­ta­ta via in quel­la maniera orri­bile. Ver­so le 20.00 abbi­amo pre­so il pull­man per andare final­mente in hotel. Ci han­no con­seg­na­to le chi­avi e poi siamo andate subito in cam­era. La cam­era era molto spaziosa e con­fortev­ole. Io e Andreea ci siamo lavate e poi siamo andate a cena. Subito dopo siamo tor­nate in cam­era e la sera non siamo uscite, preferiva­mo rilas­sar­ci un po’. La mat­ti­na seguente ci siamo sveg­li­ate alle 6.00, ci siamo lavate, ves­tite e siamo andate a fare colazione. Subito dopo abbi­amo pre­so il pull­man che chi ha por­ta­to a vis­itare Auschwitz I, chiam­a­to anche Cam­po Base; quel cam­po è sta­to trasfor­ma­to in un museo. Abbi­amo vis­i­ta­to alcu­ni bloc­chi, il cre­ma­to­rio e le camere a gas. Quel­la stan­za è sta­ta molto scon­vol­gente, vedere il luo­go dove li rag­grup­pa­vano per far­gli fare la “doc­cia” e quei buchi in alto, sul sof­fit­to, dove met­te­vano il gas, era molto straziante vedere anche la stan­za accan­to dove c’erano i quat­tro forni. Quei muri era­no neri da quan­ti cor­pi vi sono sta­ti bru­ciati, e quell’odore anco­ra dol­ci­as­tro… è sta­to pesante. Abbi­amo vis­i­ta­to anche il bloc­co ebraico, dove c’erano le foto degli ebrei che scor­re­vano sulle pareti e nel­la stan­za accan­to i fil­mati con i dis­cor­si dei nazisti. Più avan­ti c’era un enorme libro con scrit­ti mil­ioni di nomi ebrei, la gui­da ci ha det­to che ne man­ca­vano molti altri. Den­tro un bloc­co ave­vano rag­grup­pa­to tutte le scarpe, i capel­li, con i quali real­iz­za­vano mor­bidis­si­mi tes­su­ti. Den­tro un’altra stan­za c’erano i con­teni­tori del gas, un’altra era piena di valigie dove su ognuna era scrit­to il nome e il cog­nome delle per­sone depor­tate. Un’altra stan­za era piena di ciot­tole, busti, prote­si, occhiali, spaz­zole e pen­nel­li per fare la bar­ba. Quan­do siamo usci­ti dal bloc­co siamo andati a vedere la cel­la dove era sta­to imp­ri­gion­a­to e poi ucciso, Padre Mas­si­m­il­iano Kolbe, dopo siamo andati a vedere il muro delle fucilazioni. Quel muro era pieno di sas­soli­ni, era­no tut­ti i sas­si che le per­sone por­ta­vano per ricor­dare il pro­prio caro o quelle povere per­sone fucilate davan­ti a quel muro. Fini­ta la visi­ta siamo andati a pran­zo e poi siamo tor­nati al teatro di Cra­covia, dove abbi­amo ascolta­to Enri­co Fink, lui ci ha rac­con­ta­to la sto­ria dei suoi non­ni e bis­non­ni, di una giac­ca e di una foto raf­fig­u­rante due sig­nori che si sposa­vano. L’uomo che si sposa­va ave­va la stes­sa giac­ca che Fink ave­va trova­to nell’ arma­dio del­la sua non­na, insieme alla foto. Dopo sono andati sul pal­co alcu­ni sopravvis­su­ti come Mar­cel­lo Mar­ti­ni che si è sal­va­to per­ché si è trova­to in mez­zo ad un grup­po di ebrei durante una fucilazione, lui è cadu­to tra quei cor­pi sen­za vita facen­do fin­ta di essere mor­to. Poi c’era una sig­no­ra, Vera Salomon, che quan­do fu pre­sa dai nazisti ave­va 20 anni. Lei fu arresta­ta per­ché ave­va idee con­trarie al nazis­mo ed era sta­ta scop­er­ta men­tre dis­tribui­va volan­ti­ni lib­er­ali di fronte all’Università. Infine abbi­amo ascolta­to la sto­ria delle sorelle Buc­ci. Quan­do sono state depor­tate ave­vano 4 e 6 anni, sopravvis­sute forse per­ché sem­bra­vano gemelle. La sorel­la minore, Andra, men­tre rac­con­ta­va la sto­ria è apparsa molto “stan­ca” e sem­bra­va qua­si che non ce la facesse più, forse a causa del­la pesan­tez­za del rac­con­to. Ogni vol­ta che le sorelle ricor­dano la loro sto­ria si emozio­nano, ma si trat­ten­gono per non pian­gere. La sera siamo andati in alber­go, abbi­amo cena­to e poi siamo usci­ti a fare una passeg­gia­ta in cen­tro a Cra­covia. Il giorno dopo ci siamo sveg­liati e siamo andati a vedere le mura più antiche di Cra­covia, però pri­ma di affrontare una grande sali­ta ci siamo fer­mati a vedere la stat­ua di un dra­go e la sua tana. Arrivati sulle mura abbi­amo vis­i­ta­to una bel­lis­si­ma chiesa dove a quell’epoca veni­vano incoro­nati Re e Regine e il popo­lo non pote­va entrare. Fini­ta la visi­ta ci han­no las­ci­a­to un po’ di tem­po libero così che pote­va­mo fare shop­ping. Alle 13.30 siamo andati a pran­zo e poi subito dopo il pull­man ci ha accom­pa­g­na­to alla stazione di Cra­covia. Il viag­gio è sta­to inten­so, forte emo­ti­va­mente, infat­ti giun­ti al ter­mine erava­mo tut­ti molto stanchi. Arrivati a Firen­ze abbi­amo pre­so velo­ce­mente il treno che por­ta­va a Campiglia, sen­za avere il tem­po di salutare i nos­tri nuovi ami­ci. Final­mente alle 19.00 siamo arrivati e sono potu­ta andare a casa per far­mi una doc­cia e riposare un po’. Pen­so che ques­ta espe­rien­za la dovreb­bero fare tut­ti per­ché è bel­la ed emozio­nante, ma soprat­tut­to ti fa capire i numerosi sbagli che ha fat­to l’uomo in pas­sato e che non si devono MAI PIU’ ripetere… NO AL RAZZISMO!!

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