Se a Dachau è accaduto, può accadere di nuovo

· Inserito in Spazio aperto

PIOMBINO 14 mag­gio 2014 — Dall’8 all’11 aprile 40 stu­den­ti di due isti­tu­ti supe­ri­ori di Piom­bi­no han­no parte­ci­pa­to a un viag­gio a Dachau e Mona­co di Baviera e per vis­itare il cam­po di con­cen­tra­men­to e la cit­tà di Mona­co. L’iniziativa, giun­ta alla sua quin­ta edi­zione, è nata anche quest’anno con la pro­mozione del con­cor­so “La stra­da del­la Memo­ria” ris­er­va­to agli stu­den­ti delle scuole supe­ri­ori e ban­di­to dall’ ARCI Comi­ta­to Ter­ri­to­ri­ale Piom­bi­no- Val di Cor­nia- Elba in col­lab­o­razione con il Comune di Piom­bi­no, l’ Archiv­io stori­co comu­nale e l’ Isti­tu­to stori­co del­la resisten­za di Livorno. Tra i vinci­tori del con­cor­so, e dunque parte­ci­pan­ti al viag­gio, gli stu­den­ti del­l’Is­ti­tu­to Statale Supe­ri­ore Car­duc­ci-Vol­ta-Pacinot­ti di Piom­bi­no i cui inseg­nan­ti così descrivono il prog­et­to: «Per noi (Isis Car­duc­ci Vol­ta Pacinot­ti che com­prende un liceo, un isti­tu­to tec­ni­co ed un isti­tu­to pro­fes­sion­ale) il prog­et­to va avan­ti da tre anni. In terza pro­poni­amo a tut­ti un per­cor­so di for­mazione che si pro­trae fino alla quin­ta. Seguiamo con i ragazzi il per­cor­so che ci viene pro­pos­to dal­l’Am­min­is­trazione comu­nale e dal­l’Ar­ci (con l’Is­ti­tu­to stori­co del­la resisten­za di Livorno) ed “in pro­prio” orga­nizzi­amo una nos­tra for­mazione con incon­tri pomerid­i­ani che ci per­me­t­tono poi di indi­vid­uare  gli alun­ni che si sono mag­gior­mente impeg­nati e for­mati per parte­ci­pare al viag­gio. I numeri sono in crescen­do: nel 2012 han­no parte­ci­pa­to al viag­gio 15 stu­den­ti (con 9 borse di stu­dio che abbi­amo spalma­to su 15 parte­ci­pan­ti), 21 nel 2013, 26 nel 2014. Quest’an­no si sono iscrit­ti al per­cor­so di for­mazione 80 stu­den­ti, han­no parte­ci­pa­to in maniera assid­ua 50. Ne abbi­amo potu­ti accom­pa­gnare nel viag­gio solo 26. Impos­ti­amo il prog­et­to in questo modo per­ché cre­di­amo che il com­pi­to degli inseg­nan­ti sia quel­lo di trasmet­tere ai gio­vani l’im­por­tan­za di quel­la che è sta­ta la shoah, di aiu­tar­li a riconoscere che vivi­amo anco­ra oggi nel­la stes­sa civiltà che l’ha resa pos­si­bile e che per questo por­ti­amo in noi una grande respon­s­abil­ità. Tut­to questo in una soci­età che fram­men­ta ruoli e fun­zioni, dis­tac­ca i mezzi dai fini, tende a favorire la dere­spon­s­abi­liz­zazione delle per­sone e inibisce il sen­so criti­co. Auschwitz non è sta­to il folle dis­eg­no di un grup­pet­to di pazzi fanati­ci, ma è sta­to reso pos­si­bile dal­la con­niven­za di migli­a­ia di per­sone in tut­ta Europa, Italia com­pre­sa, che sape­vano e han­no rifi­u­ta­to di por­si il prob­le­ma del­la respon­s­abil­ità per­son­ale».
Di segui­to le tes­ti­mo­ni­anze degli stu­den­ti:

Nico­la Todde
Appe­na arrivati all’ingresso di Dachau mi sono chiesto dove fos­si­mo arrivati per­ché non mi pare­va di vedere niente di sim­i­le ad un cam­po di con­cen­tra­men­to ma, fat­ti pochi metri, ci siamo ritrovati di fronte al can­cel­lo dove mi si è gela­to subito il sangue di fronte alla scrit­ta Arbeit macht frei, una fal­sa sper­an­za di ciò che aspet­ta­va chi var­ca­va quel­la soglia.
Una vol­ta entrati nel museo abbi­amo trova­to stanze con doc­u­men­ti e descrizioni storiche. La stan­za che più mi ha col­pi­to è quel­la dove avveni­va lo smis­ta­men­to dei depor­tati. Sul­la parete la grossa scrit­ta Rauchen ver­boten, vieta­to fumare:raccapricciante! Poi ci han­no por­ta­to in una sala dove han­no proi­et­ta­to il doc­u­men­tario che rac­con­ta Dachau: tut­to doc­u­men­ta­to per­ché Dachau è sta­to il pri­mo cam­po e il mod­el­lo per tut­ti gli altri campi. Appe­na usci­ti abbi­amo cer­ca­to le barac­che, che se pur all’interno ricostru­ite, ren­dono bene l’idea del­lo spazio, di come le per­sone vi stessero sti­pate come le bestie. Poi abbi­amo cer­ca­to i forni cre­ma­tori, in fon­do al cam­po, mime­tiz­za­ti tra la veg­e­tazione e all’interno, pen­sare alla situ­azione reale, mi ha fat­to venire i bri­v­i­di. Il momen­to però in cui mi sono trova­to più a dis­a­gio è all’interno del­la cam­era a gas dove ho avu­to la sen­sazione di claustrofobia,sono dovu­to uscire in pre­da all’angoscia, anche se ci ave­vano det­to che quel­la cam­era a gas non è mai entra­ta in fun­zione. La visi­ta al cam­po è sta­ta dunque di forte impat­to emo­ti­vo; lì si riflette molto su ciò che è suc­ces­so, sulle cause, e si esce con un diver­so modo di avvic­i­nar­si alla sto­ria pas­sa­ta e pre­sente.

Manuele De Maria
Il viag­gio a Mona­co ha avu­to come pun­to cru­ciale la visi­ta al cam­po di Dachau. Questo è sta­to il pri­mo cam­po ad essere ideato e da questo tut­ti gli altri han­no pre­so esem­pio, nel­la strut­tura e nell’organizzazione. Come per Ravens­burg­er, vis­i­ta­to lo scor­so anno, è dif­fi­cile immag­inare il dolore e la sof­feren­za provati da col­oro che ci han­no vis­su­to, anche per­ché il cam­po è sta­to in parte ricostru­ito; ma c’è un luo­go che in ambedue i campi ci fa riflet­tere e immag­inare: i forni cre­ma­tori, intat­ti e immu­tati nel tem­po. Delle innu­merevoli barac­che ci sono rimaste solo le fon­da­men­ta, ma le poche ricostru­ite dan­no un’impressione conc­re­ta e reale delle inde­cen­ti con­dizioni di vita. Ciò che las­cia stupi­ti però è l’indifferenza di chi vive­va nei din­torni del cam­po che dice di non sapere niente. Il resto del viag­gio abbi­amo vis­i­ta­to la cit­tà di Mona­co e il grandioso museo del­la scien­za e del­la tec­ni­ca.

Tom­ma­so Costagli
8 aprile: abbi­amo potu­to vedere solo l’albergo dopo una gior­na­ta di viag­gio. Cena­to in un bel­lis­si­mo ris­torante; buono il cibo; vi cener­e­mo anche le altre due sere; tut­ti a let­to per la stanchez­za.
9 aprile: oggi visi­ta a Dachau. Visi­ta al cam­po più vec­chio, il pri­mo ad essere costru­ito e da cui è sta­to pre­so spun­to per la costruzione degli altri campi di con­cen­tra­men­to e ster­minio. Il cam­po è enorme, più grande di quel­lo di Math­ausen e di Ravens­burg­er (vis­i­tati da me nei prece­den­ti viag­gi del­la memo­ria). Il sen­so di ansia e di oppres­sione che han­no pas­sato gli inter­nati è comunque non lon­tano dalle sen­sazioni provate negli anni scor­si. Pomerig­gio visi­ta a Mona­co e ser­a­ta nel­la bir­re­ria HB dove Hitler fece il suo famoso dis­cor­so.
10 aprile: quest’oggi abbi­amo vis­i­ta­to il museo del­la scien­za di Mona­co; molto inter­es­sante.
11 aprile: tor­ni­amo a casa. Ci aspet­ta un altro lun­go viag­gio.

Dacgau 2

Gabriele Mau­r­izi
8 aprile: all’arrivo siamo andati subito in albergo,poi al ris­torante; cibo non un granchè!
9 aprile: sveg­lia presto per andare a Dachau: già all’entrata ho avu­to una sen­sazione strana, pen­san­do alle cat­tiver­ie con­su­mate lì den­tro e mi sono sen­ti­to invadere dal­la tris­tez­za nel pen­sare a tutte le atroc­ità commesse in questo e negli altri campi. Abbi­amo in silen­zio vis­i­ta­to il museo, i dor­mi­tori, i bag­ni, i forni cre­ma­tori, la cam­era a gas e mi ha dato vera­mente noia pen­sare che azioni fuori dal mon­do sono accadute qui, davvero! Nel pomerig­gio abbi­amo vis­i­ta­to Mona­co con una gui­da.
10 aprile: visi­ta al museo del­la scien­za.
Davvero una bel­la espe­rien­za!

Tom­ma­so Bechel­li
Siamo a Dachau: dopo un lun­go viag­gio guar­do gli alberi, il cielo e cer­co di immag­inare quale orrore abbiano vis­to; la natu­ra stes­sa sem­bra mac­chi­a­ta da quegli anni ter­ri­bili; si res­pi­ra un’aria dif­fer­ente, sof­fer­ente. Siamo qui davan­ti al can­cel­lo che trasfor­ma­va donne, uomi­ni , bam­bi­ni, anziani in numeri, in ogget­ti da pot­er sfruttare con una crudeltà estrema. Entri­amo e subito un briv­i­do mi immo­bi­liz­za di fronte all’immensità di questo cam­po; solo dopo qualche sec­on­do ripren­do il mio cam­mi­no den­tro questo infer­no. Mi tro­vo den­tro il luo­go di smis­ta­men­to, guar­do le foto e quan­do dis­tol­go lo sguar­do le immag­i­ni sono tal­mente for­ti, reali, che mi sem­bra di vedere quelle stanze affol­late di per­sone dis­per­ate, ignare di quel­lo che diven­terà la loro vita. Pros­eguo il cam­mi­no; sono nelle doc­ce e mi pare di sen­tire il rumore dell’acqua che bagna quelle per­sone pri­ma di indos­sare gli strac­ciati vesti­ti. Per­cor­ro di nuo­vo le stanze, mi guar­do intorno, vado avan­ti e indi­etro, mi sen­to per­so, immag­i­no queste famiglie e quei lamen­ti e solo il pen­siero mi dis­trugge. In ogni stan­za tro­vo tut­to il per­cor­so effet­tua­to dai depor­tati e i pan­nel­li ci spie­gano l’avanzare del­la sto­ria fino alla lib­er­azione. Esco dal­la strut­tura e mi tro­vo di nuo­vo in mez­zo all’immenso spazio vuo­to in cui un tem­po giace­vano decine di barac­che; entro a vis­i­tarne una e subito vedo quei let­ti che, anche se riprodot­ti, las­ciano la mia mente riper­cor­rere le immag­i­ni dei doc­u­men­tari e di film in cui si vedono depor­tati sfini­ti giacere su quei let­ti. Ora è il momen­to di cam­minare ver­so il pos­to più atroce: i forni cre­ma­tori; immag­i­no l’impressionante odore ma ciò che mi las­cia davvero sen­za fia­to sono quei let­ti­ni dove veni­vano car­i­cati i cor­pi ormai privi di vita per­ché non riesco a pen­sare, non riesco ad accettare che migli­a­ia di per­sone siano state can­cel­late in questo atroce modo dal mon­do

Mat­teo Bar­toli
Pri­mo giorno: questo viag­gio per me è il pri­mo viag­gio del­la memo­ria e sono molto con­tento di affrontare ques­ta espe­rien­za. Man a mano che mi avvi­ci­no a Mona­co mi chiedo cosa mi aspet­terà.
Sec­on­do giorno: ci diri­giamo a Dachau. I dub­bi mi assal­go­no: come sarà il cam­po all’interno? Subito, all’entrata, la scrit­ta agghi­ac­ciante al can­cel­lo: riman­go sen­za parole. Var­ca­to il can­cel­lo mi tro­vo di fronte ad un’enorme dis­te­sa di ghi­a­ia con due barac­che intat­te. Pen­so: qui 70 anni fa morirono moltissime per­sone ed io sono qui per ricor­dare, per vedere con i miei occhi i luoghi di ques­ta trage­dia. Dopo aver vis­i­ta­to il museo e vis­to un breve fil­ma­to siamo pas­sati alla visi­ta delle barac­che, molto ristrut­turate; non mi han­no las­ci­a­to l’impressione che mi immag­i­na­vo ma mi han­no comunque fat­to capire come gli uomi­ni veni­vano trat­tati. Poi siamo pas­sati alla visi­ta dei forni cre­ma­tori e delle camere a gas. Lì sì che sono rimas­to scon­volto: non ave­vo più parole; come è sta­ta pos­si­bile una sim­i­le cat­a­strofe? Gra­zie ai film e alla preparazione immag­i­na­vo cosa mi aspet­tasse, ma non si può descri­vere cosa si pro­va ad essere sul pos­to. Con­clusa la visi­ta, anco­ra un po’ scos­so siamo pas­sati alla visi­ta di Mona­co, una delle cit­tà più belle del mon­do.
Ter­zo giorno: visi­ta al museo del­la scien­za e del­la tec­ni­ca; molto bel­lo anche se avrebbe richiesto molto più tem­po per vis­i­tar­lo tut­to. Il pomerig­gio lo abbi­amo trascor­so liberi, a Mona­co, a fare shop­ping e com­prare regali per i famil­iari.
Quar­to giorno: purtrop­po il viag­gio è giun­to alla fine ma ‚comunque, sono rimas­to molto sod­dis­fat­to per­chè ho potu­to capire meglio la grav­ità dell’olocausto e l’importanza di ricor­dare e inoltre ho fat­to nuove ami­cizie e mi sono anche diver­ti­to molto.

dachau 8

Gabriele Tatoni
1° giorno:s i parte. Questo per me è il pri­mo anno che parte­cipo al viag­gio del­la memo­ria; da una parte sono molto con­tento di par­tire, ma dall’altra sono cosciente che non sarà solo un viag­gio per vis­itare Mona­co, ma un viag­gio di rif­les­sione, di cresci­ta e di memo­ria per ricor­dare la trage­dia del­la shoah, con­sumatasi durante la sec­on­da guer­ra mon­di­ale.
2° giorno: mano a mano che ci avvicini­amo a Dachau crescono den­tro di me emozioni e domande su come pos­sa essere accadu­ta una trage­dia sim­i­le. Non sape­vo fino a quel momen­to che ho var­ca­to la soglia del can­cel­lo con la scrit­ta Arbeit mactch frei (che mi ha agghi­ac­cia­to) cosa avrei trova­to: ed ecco un’immensa dis­te­sa di ghi­a­ia delim­i­ta­ta ma muri e filo spina­to. Ho pen­sato: sto cam­mi­nan­do su un ter­reno calpes­ta­to da migli­a­ia di per­sone vit­time di mal­trat­ta­men­ti e vio­len­ze. Quel can­cel­lo e quei muri toglievano ogni dirit­to alle per­sone, per­ché chi è rispet­toso dei dirit­ti non trat­ta le per­sone come bestie. Quel ter­reno era sta­to tes­ti­mone di atroc­ità! Abbi­amo vis­i­ta­to il museo e le barac­che e sono rimas­to delu­so che i let­ti non fos­sero quel­li orig­i­nali. L’esperienza più forte invece e la visi­ta ai forni cre­ma­tori e alla cam­era a gas. Sono espe­rien­ze che fan­no riflet­tere e van­no affrontate con coscien­za per capirne l’orrore e per non ripeter­lo in futuro. Quel­lo che è suc­ces­so nei campi di con­cen­tra­men­to ormai lo sap­pi­amo, ma per capire e ren­der­si vera­mente con­to dell’orrore del nazis­mo e ‚una vol­ta a casa, riflet­tere su questi fat­ti, è bene vis­itare i luoghi dove tut­to è avvenu­to.
3° giorno:museo,svago,vista del­la cit­tà e shop­ping
4° giorno:si parte e ques­ta vol­ta, oltre alle valige e ai sou­venir, por­to un altro bagaglio, non mate­ri­ale, ma inte­ri­ore e pieno di emozioni che fan­no riflet­tere e crescere.

Alessan­dro Bilaghi
8 aprile 2014: si parte, è il mio pri­mo viag­gio del­la memo­ria e non so bene come fun­ziona. Mano a mano che ci avvicini­amo a Mona­co crescono dub­bi, curiosità e inter­rog­a­tivi.
9 aprile 2014: andi­amo a Dachau. All’arrivo non sape­vo cosa ci aspet­tasse al cam­po. Ormai quel­lo che è suc­ces­so nei campi di con­cen­tra­men­to lo sap­pi­amo ma quan­do ho vis­to davan­ti a me quel can­cel­lo nero sono spar­i­ti dub­bi, domande e qual­si­asi altro pen­siero eccet­to la doman­da : come può essere suc­ces­so che un uomo potesse vol­er così male ad un pro­prio fratel­lo al pun­to di far­lo sof­frire e morire? Non solo gli adul­ti veni­vano uccisi, ma anche i bam­bi­ni si ritrova­vano una pena da scon­tare sen­za nem­meno sapere il per­ché. Var­ca­to il can­cel­lo spari­vano le per­sone, i loro val­ori, con­ta­va solo ciò che si pote­va sfruttare. Riper­cor­rere la stra­da già per­cor­sa da tan­tis­sime per­sone con­dan­nate è sug­ges­ti­vo: las­cia un vuo­to den­tro ognuno. L’esperienza più forte è vedere i forni e entrare nelle doc­ce. Sono invece rimas­to delu­so dalle barac­che rifat­te: cre­do che in parte sarebbe cam­bi­a­to l’impatto se ci fos­sero state quelle orig­i­nali. Ad un cer­to pun­to all’interno del museo ci han­no fat­to vedere un video sul cam­po. Il video era un po’ “crudo” ma cre­do che sia servi­to a far­ci com­pren­dere meglio la realtà dei fat­ti per­ché se i con­cetti ven­gono fat­ti pas­sare in maniera sem­pli­fi­ca­ta ven­gono appre­si più super­fi­cial­mente. Espe­rien­ze come ques­ta comunque ci aiu­tano a crescere molto inte­ri­or­mente, come per­sone. Dovreb­bero essere por­tati avan­ti nel­la scuo­la molti più prog­et­ti come questo per­ché nel mon­do c’è sem­pre mol­ta igno­ran­za e cat­tive­ria rispet­to al razz­is­mo e alla cul­tura del diver­so ed espe­rien­ze come queste pos­sono cam­biare le per­sone e ci fan­no guardare il mon­do in maniera diver­sa.

Mar­co Casali­ni
Nel nos­tro viag­gio a Mona­co abbi­amo fat­to visi­ta al cam­po di con­cen­tra­men­to di Dachau. La for­mazione e la preparazione alla visi­ta è sta­ta molto impor­tante per immedes­i­mar­si in ciò che è accadu­to e per pot­er vis­itare il cam­po con una mag­gior conoscen­za e respon­s­abil­ità. Abbi­amo inizial­mente fat­to visi­ta al museo, costru­ito suc­ces­si­va­mente allo scopo di illus­trare fat­ti, per­son­ag­gi che sono sta­ti pro­tag­o­nisti in quel peri­o­do. È sta­to molto d’im­pat­to vedere i vesti­ti e gli uten­sili dei depor­tati, uten­sili che sem­br­ereb­bero banali, ma che per loro ave­vano un sig­ni­fi­ca­to pro­fon­do. Tut­to era marchi­a­to con il sim­bo­lo di apparte­nen­za ad un deter­mi­na­to grup­po, la stel­la o il tri­an­go­lo: ciò per cui un depor­ta­to veni­va riconosci­u­to era esclu­si­va­mente questo sim­bo­lo, sim­bo­lo di com­ple­ta perdi­ta di dig­nità e onore.
L’au­dio — gui­da che ci ha accom­pa­g­na­to nel per­cor­so del museo ci ha per­me­s­so di capire meglio e con chiarez­za la crudeltà con la quale veni­vano trat­tati i depor­tati. Suc­ces­si­va­mente alla visi­ta al museo, abbi­amo vis­to le barac­che nelle quali i depor­tati, qua­si sem­pre in sovran­nu­mero, era­no costret­ti a dormire. Per ciò che ave­vo in mente e per i numerosi fil­mati visti, cre­de­vo che vedere queste barac­che mi impres­sion­asse mag­gior­mente. Cer­ta­mente non è sta­to facile vedere quei luoghi, ma il fat­to che siano sta­ti ricostru­iti, ha atten­u­a­to il loro val­ore e il loro impat­to orig­i­nario. Il tragit­to che c’è tra le barac­che e i forni cre­ma­tori è sta­to molto toc­cante, anche per i fili spinati che han­no accom­pa­g­na­to il nos­tro cam­mi­no.
Forse la cosa che più mi ha appas­sion­a­to, forse per­ché più fedele alla realtà, è sta­ta la visi­ta ai forni cre­ma­tori e alla cam­era a gas. Trovar­si lì e pen­sare che in luoghi sim­ili, per­sone veni­vano uccise cre­den­do di fare una doc­cia è molto impres­sio­n­ante.
Nonos­tante che in ques­ta cam­era a gas non sia sta­to ucciso nes­suno, anche se i mor­ti ci sono sta­ti lo stes­so, e che questo sia sta­to un cam­po di lavoro e di smis­ta­men­to, la vista mi ha por­ta­to a riflet­tere sul­l’essere umano.
L’uo­mo, per il sem­plice fat­to di con­sid­er­are qual­cuno diver­so e quin­di “infe­ri­ore”, allo­ra come oggi, anche se in altro modo, è por­ta­to a com­piere atti incred­i­bil­mente mostru­osi che degradano quel­lo che dovrebbe essere “l’essere umano”. 

Dachau 2
Cecil­ia Ven­turel­li
8 aprile 2014: p rima di par­tire mi sono doman­da­ta come avrei reag­i­to a questo viaggio.…non è una gita sco­las­ti­ca come le altre. Ho pen­sato che avrei pianto davan­ti alla cam­era a gas, ai forni.…poi mi son det­ta “chi vivrà vedrà non voglio piani­fi­car­mi tut­to, soprat­tut­to le emozioni!”. L’ho pen­sato solo per­ché mi conosco e in genere reagis­co così a queste cose. Vedere un cam­po dal vivo non è esat­ta­mente come ved­er­lo in un film, doc­u­men­tario o fil­ma­to d’e­poca. Veden­do dal­l’au­to­bus alcune linee fer­roviarie, la mia mente per asso­ci­azione ha pen­sato che forse, qualche tem­po fa, su quei bina­ri ci sono pas­sati dei treni diret­ti anche a Dachau.
Ha ragione comunque Tiziano Terzani quan­do dice che viag­gia­re con l’aereo limi­ta molto, pas­si da un paese all’al­tro sen­za accorg­er­ti vera­mente che hai pas­sato la fron­tiera!
Guardan­do il video che non­no Mau­ro ci ha fat­to vedere mi sono chi­es­ta: « ma è gius­to che mi diver­ta con i miei com­pag­ni se lo scopo di questo viag­gio è riflet­tere su qual­cosa di tragi­co come tut­to questo?» Mi sono rispos­ta che sì, mi devo diver­tire, ma devo anche essere con­sapev­ole che devo far­lo nei momen­ti giusti.
9 aprile 2014: sono in auto­bus, mi sto avvic­i­nan­do al cam­po di Dachau, pen­so: “ Ma chi ci abi­ta vici­no come fa? Cosa rispon­dono i gen­i­tori quan­do i loro figli chiedono “cosa è quel­lo?” Come è vivere lì vici­no oggi che è un museo, e soprat­tut­to come era quan­do era un cam­po vero!?!?
All’en­tra­ta sen­ti­vo fred­do, ave­vo i bri­v­i­di, e quan­do ho pas­sato il can­cel­lo ho pen­sato che era enorme immen­so! Mi sem­bra­va che avessero fred­do anche le piante e il prat­i­cel­lo verde. C’era silen­zio, trop­po! Gli stan­zoni sono spar­tani, fred­di, mi dan­no l’idea di sporco. Ci sono guide tedesche che accom­pa­g­nano alcune sco­laresche. È solo un pregiudizio, ma mi da noia sen­tire la lin­gua tedesca qui den­tro. Mi sono doman­da­ta come avrei reag­i­to. Boh … Pas­sare lo stes­so can­cel­lo dei depor­tati non ti las­cia indifferente.…e meno male che oggi c’è il sole, ci fos­se sta­ta la piog­gia o la neve forse sarebbe sta­to peg­gio. Sul com­put­er del­la stan­za del­la memo­ria ho trova­to un uomo di Piom­bi­no mor­to qui a Dachau, Grag­nani Gio­van­ni. Mi sono resa con­to ora che questo è un avven­i­men­to che mi è vici­no, per­ché coeta­neo dei miei non­ni. Vedere la barac­ca da den­tro è impres­sio­n­ante, soprat­tut­to per le con­dizioni igien­iche. La dis­te­sa di tutte le barac­che è anco­ra più impres­sio­n­ante, sem­bra­no una dis­te­sa di tombe.
L’area del Kre­ma­to­ri­um è quel­la che mi ha toc­ca­to più di tutte. Sono entra­ta dal­la direzione sbagliata.…ho fat­to il per­cor­so par­tendo dai forni, quin­di mi sono ritrova­ta nel­la cam­era a gas sen­za sapere di esser­ci. Quan­do sono usci­ta e ho let­to “Brause­bard” ho capi­to, ci sono entra­ta di nuo­vo e mi sono immag­i­na­ta nuda vici­no a decine di altri cor­pi.
Tor­nan­do indi­etro mi sono accor­ta del­la lan­da des­o­la­ta che è quel cam­po, e mi sono fat­ta le domande più idiote, ma anche le più pratiche quelle che non ti ven­gono in mente stu­dian­do su un libro:che lavoro face­vano?, di che util­ità era? Come face­vano ad andare a dormire quel­li che ave­vano il pos­to let­to più alto? I depor­tati se lo saran­no chiesto il sen­so di tut­to questo?Certo che sì, e che risposte si davano? Ma anche altre domande, tipo: se fos­si sta­ta un abi­tante delle case davan­ti al cam­po, cosa avrei fat­to? Mi sarei tap­pa­ta il naso e avrei chiu­so le tende per non vedere anch’io? O mi sarei ribel­la­ta? Per rispon­dere sin­ce­ra­mente avrei dovu­to vivere quel­la situ­azione. Ora come ora pos­so dire che met­ten­do­mi nei pan­ni di un depor­ta­to molto prob­a­bil­mente sarei mor­ta qua­si subito per esauri­men­to psi­co­logi­co: quel­la divisa, quegli zoc­coli, con quel fred­do, quel numero al pos­to del nome e soprat­tut­to quel­l’in­certez­za procu­ra­ta volu­ta­mente dalle guardie.…non lo avrei sop­por­ta­to a lun­go.
11 aprile 2014: il fil­ma­to che abbi­amo vis­to nel viag­gio di ritorno rac­con­ta tut­to quel­lo che le mie nonne mi han­no sem­pre rac­con­ta­to sul­la loro gioven­tù. Era­no con­tente di avere almeno una vol­ta a set­ti­mana un vesti­to nuo­vo da indos­sare. Quan­do crescen­do han­no capi­to, si sono ver­gog­nate di tut­to questo.
Mi frul­la una doman­da in tes­ta: “Ma per­ché tut­ti ce l’han­no sem­pre avu­ta con gli ebrei? Già nel­l’an­ti­ca Roma ci sono state le per­se­cuzioni anti — ebraiche con Ves­pasiano, poi i pogrom rus­si, per finire con tut­to questo?
Ho una per­p­lessità: la mia gen­er­azione ( e soprat­tut­to quel­li più pic­coli ) che è abit­u­a­ta in tv a film, tele­film con scene macabre, così come nei giochi per com­put­er e game boy, vedere un cam­po avrà lo stes­so effet­to?

Giu­lia Lam­bar­di
8 aprile 2014: viag­gio molto lun­go, abbas­tan­za stan­cante, ma trascor­so in com­pag­nia e pieno di risate. È il mio pri­mo viag­gio del­la memo­ria, quin­di ho molte aspet­ta­tive, buone nat­u­ral­mente. In par­ti­co­lare anche dopo aver vis­to il pic­co­lo video por­ta­to da Mau­ro, sono curiosa di vis­itare il cam­po di Dachau, di sapere che effet­to mi farà e come rea­girò
Dal­la cena ci siamo resi con­to che i tedeschi man­giano solo wurs­tel e savoiar­di e che non han­no idea di come si fac­cia un budi­no al cioc­co­la­to.
9 aprile 2014: la sveg­lia è suona­ta un po’ trop­po presto, per cui siamo un po’ tut­ti asson­nati, ma pron­ti per la visi­ta al cam­po di Dachau , il moti­vo per cui siamo venu­ti fino a Mona­co. Attra­ver­sa­ta una stra­da tut­ta drit­ta, siamo arrivati all’in­gres­so del cam­po dove si vede il can­cel­lo con la famosa scrit­ta “Arbeit Macht Frei”. L’aria è abbas­tan­za fred­da per noi che siamo vesti­ti e abbi­amo il giac­chet­to, quin­di non riesco ad immag­i­n­ar­mi il fred­do che dove­vano avere i depor­tati quan­do arriva­vano a quel­l’in­gres­so e veni­vano pri­vati delle loro cose per­son­ali. Entran­do, l’au­dio gui­da ci da qualche infor­mazione sul cam­po e dopo aver dato un’oc­chi­a­ta gen­erale alla strut­tura, entri­amo nel­lo spazio che oggi con­tiene il museo. Lì per lì, entran­do non mi sono resa bene con­to delle effet­tive dimen­sioni del cam­po, la pri­ma cosa che mi ha col­pi­to è sta­ta la grande scul­tura ( non so se pos­so chia­mar­la così) davan­ti all’us­ci­ta del museo che a pri­ma vista mi è sem­bra­ta raf­fig­u­rare molte per­sone ammas­sate e del filo spina­to.
La visi­ta al museo è sta­ta molto inter­es­sante soprat­tut­to per­ché face­va vedere il cam­po come era pri­ma, tut­ti gli avven­i­men­ti che han­no por­ta­to a quel­lo che è suc­ces­so lì, alcune per­sone che vi sono morte e qualche ogget­to che è rimas­to. Del museo la cosa che mi ha col­pi­to di più è sta­ta la divisa a righe che dove­vano indos­sare i depor­tati, sapere che quegli indu­men­ti sono sta­ti davvero por­tati da per­sone che era­no a Dachau mi ha fat­to riflet­tere e mi sono fer­ma­ta un po’ davan­ti all’ar­ma­dio in cui era­no. Durante la visi­ta al museo abbi­amo assis­ti­to alla proiezione di un doc­u­men­tario sul cam­po di Dachau, molto sem­plice e diret­to, il mes­sag­gio arriva­va subito. Mi è sta­to utile guardare il fil­ma­to pri­ma di pros­eguire la visi­ta al cam­po per­ché ci ha dato molte infor­mazioni che sec­on­do me era­no indis­pens­abili per con­tin­uare a vis­i­tar­lo. Sin­ce­ra­mente una cosa che non mi ha col­pi­to per niente sono state le barac­che, l’in­ter­no, dove dormi­vano i depor­tati, per­ché era tut­to ricostru­ito e quin­di non vero; i let­ti era­no trop­po in buono sta­to, tut­ti per­fet­ti, anche la grande sala con gli sga­bel­li e gli armadi­et­ti era, sec­on­do me, ricostru­i­ta trop­po bene. Mi ero immag­i­na­ta tutte queste cose in modo molto diver­so, pen­sa­vo di trovar­le come era­no allo­ra, rov­inate dal tem­po, mag­a­ri a pezzi, ma piene di sto­ria, del­la sto­ria di tutte quelle per­sone che han­no fini­to i loro giorni lì. Anche i bag­ni me li aspet­ta­vo in modo molto diver­so, mi sono sem­brati trop­po in buono sta­to.
La cosa che invece mi ha fat­to riflet­tere e che mi ha mes­so dici­amo “in crisi” è sta­ta la cam­era a gas. La stan­za non era grande, ma buia, i vis­i­ta­tori tan­ti, tut­ti den­tro a guardar­si intorno per vedere cosa ci fos­se di spe­ciale in quel­la stan­za che avrebbe dovu­to portare alla morte per­sone nor­mali. In realtà era una stan­za come tante altre, dove­va sem­brare infat­ti un luo­go dove fare la doc­cia, e non dove morire. Stare lì den­tro mi ha fat­to un effet­to stranis­si­mo, per­ché anche se quel­la stan­za lì in par­ti­co­lare non era mai sta­ta uti­liz­za­ta, mi ha fat­to pen­sare alla pau­ra e alla dis­per­azione di tutte le per­sone che vi sono entrate e alla men­tal­ità crim­i­nale e non umana di chi le ha prog­et­tate. Un’al­tra cosa alla quale ho pen­sato durante la visi­ta, è la col­lo­cazione del cam­po, non fuori cit­tà, non in un luo­go iso­la­to, dove nes­suno potesse arrivare per caso, ma pro­prio vici­no alle case, sot­to l’oc­chio di tutti,tante per­sone che sono state indif­fer­en­ti e che non han­no fat­to niente per infor­mar­si e ribel­lar­si. È vera­mente insp­ie­ga­bile, come una per­sona con una coscien­za pos­sa arrivare a questo.
Comunque la visi­ta a Dachau non è sta­ta come la pen­sa­vo, le troppe cose ricostru­ite non mi han­no trasmes­so quel­lo che mi aspet­ta­vo; questo forse anche per­ché ormai siamo abit­uati a vedere tut­to nei film, la nos­tra mente si abit­ua a certe immag­i­ni e ved­er­le nel­la realtà ormai non ci impres­siona più. Inoltre fac­ciamo sem­pre i parag­o­ni con il cam­po di Auschwitz, che mostra in parte le cose come era­no durante la guer­ra, e quin­di più vere e ti las­cia più pen­sieri su cui riflet­tere.
Dici­amo che mi aspet­ta­vo di trovare un cam­po in con­dizioni più mis­ere e forse più grande, ma da ques­ta visi­ta ho comunque impara­to molte cose che pri­ma non sape­vo e che forse non venen­do qui non avrei mai saputo.

Mar­co Gran­di
8 aprile 2014: sul pri­mo giorno del nos­tro viag­gio non cre­do che ci siano molte cose da dire; tra­ver­sa­ta lunghissi­ma, ma soprat­tut­to fati­cosa. L’ho­tel è molto cari­no e con­fortev­ole e i tedeschi a pri­ma impres­sione sono cor­diali, ma non si sbi­lan­ciano più di tan­to nelle emozioni. Camere molto pulite e ordi­nate, let­ti como­di, ma cop­erte corte. L’u­ni­co prob­le­ma è che non abbi­amo mar­ket (per acqua, cibo e altre schifezze varie) vici­no. Cena abbas­tan­za buona. ..i wurs­tel nel­la mines­tra fan­no un po’ onco, poi per il resto tut­to bene.
9 aprile 2014: alla mat­ti­na del sec­on­do giorno siamo par­ti­ti per il cam­po. Risparmio la trafi­la e arri­vo subito all’en­tra­ta del cam­po. La audio gui­da ha reso abbas­tan­za bene, descrizioni e citazioni molto chiare. Il cam­po beh è come tut­ti lo descrivono, pieno di sen­ti­men­to e com­pas­sione, di ricor­di e di dolore. Il museo rende meglio del­lo stes­so cam­po. La vista delle barac­che non è sta­ta scon­vol­gente per­ché essendo state ricostru­ite, per quel­lo che pen­sava­mo fos­se real­mente, viste così appari­vano più che vivi­bili. Cer­to non pos­so ren­der­mi con­to delle con­dizioni in cui vive­vano i depor­tati, che proi­et­tati in quel luo­go davano più un sen­so di ver­ità alle sto­rie che ci rac­con­tano.
I mon­u­men­ti delle varie etnie reli­giose sono molto sig­ni­fica­tivi, ma soprat­tut­to aumen­tano il pen­siero di dolore, non so forse è per la loro impo­nen­za.
Forni cre­ma­tori e cam­era a gas non han­no sus­ci­ta­to gran­di pen­sieri come quel­li provo­cati dal­la vista del­l’im­men­sa vastità del cam­po.

Mar­ti­na Ulivi
8 aprile 2014: beh il pri­mo giorno lo abbi­amo pas­sato in viag­gio, un lun­go viag­gio, dura­to esat­ta­mente 11 ore. È sta­to un giorno stres­sante e molto fati­coso, però pas­sato sem­pre in alle­gria. Appe­na siamo arrivati all’ho­tel abbi­amo posato le valigie nelle nos­tre camere, ci siamo preparati e siamo andati in una locan­d­i­na a man­gia­re brodi­no, wurs­tel, e un budi­no che più gom­moso non c’è! Vab­bé tut­to som­ma­to la gior­na­ta è sta­ta stres­sante, ma ric­ca di emozioni.
9 aprile 2014: la mat­ti­na del sec­on­do giorno siamo andati a Dachau per vis­itare il cam­po. Ci sono sta­ti degli aspet­ti che mi han­no col­pi­to, men­tre altri che me li immag­i­na­vo diver­sa­mente. È sta­ta un’e­mozione par­ti­co­lare rius­cire a cam­minare in un luo­go dove molti anni pri­ma ci fu uno ster­minio. Non è sta­to facile rius­cire a vis­itare quel luo­go. Sono rimas­ta per il resto del giorno triste, per­ché ques­ta espe­rien­za mi ha fat­to crescere e in un cer­to sen­so mi ha seg­na­to, nel sen­so che mi ha fat­to aprire gli occhi su molti aspet­ti.

Chiara Bon­tà
Non pen­sa­vo fos­se così ….
Forse dopo tut­ti i dis­cor­si non è facile trovar­si una realtà così nuda e cru­da davan­ti agli occhi.
Uno arri­va con un’idea, un’aspet­ta­ti­va; è impos­si­bile non las­cia­r­si pren­dere dal­l’im­mag­i­nazione, alla fine è solo il dis­per­a­to ten­ta­ti­vo di capire, per provare a dare una spie­gazione.
Me lo aspet­ta­vo diver­so, il cam­po. Era qua­si un pae­sag­gio sur­reale per quel­lo che invece dove­va rap­p­re­sentare, non trapela­va alcu­na emozione, non era facile capire cosa provava­mo. Come se si volesse provare a mascher­are e nascon­dere anco­ra ques­ta realtà.
Non so se sarà mai pos­si­bile rius­cire a capire davvero, fino in fon­do cosa è sta­to, ma questo viag­gio e quel­lo che abbi­amo vis­to per quan­to pos­sa essere lon­tano da quel­lo che ci aspet­tava­mo, e per quan­to pos­sa essere diver­so da quel­lo che un tem­po era, deve comunque aiutar­ci a non dimen­ti­care, per fare in modo che una cosa moral­mente incon­cepi­bile come ques­ta, non si ripeta.

Emma Louise Nespoli
Siamo arrivati alla tap­pa più impor­tante e le aspet­ta­tive sono molte.
Arriv­i­amo al cam­po di Dachau intorno alle 9.00 e dopo aver pre­so le audio guide iniziamo il per­cor­so: pas­sare attra­ver­so l’in­gres­so del cam­po e leg­gere le parole che vi sono scritte è sta­ta forse l’e­mozione più forte del­la gior­na­ta.
Ren­der­si con­to che attra­ver­so quel can­cel­lo vi sono pas­sate migli­a­ia di per­sone che per un moti­vo o per un altro avreb­bero pas­sato il resto del­la loro breve vita in quel luo­go di ter­rore e morte sus­ci­ta sen­sazioni che purtrop­po né i video, né altri tipi di fonti pos­sono dare.
Per il resto la visi­ta del cam­po è sta­ta cer­ta­mente inter­es­sante e costrut­ti­va, soprat­tut­to per quan­to riguar­da la ricostruzione e l’e­s­po­sizione del­la vita e delle foto di alcune delle vit­time, ma c’è sta­to un aspet­to del cam­po che in un cer­to sen­so me lo ha fat­to apprez­zare meno, ovvero il fat­to che le strut­ture fos­sero per la mag­gior parte ricostru­ite o rin­no­vate nel cor­so degli anni e questo da in un cer­to sen­so un’aria meno real­is­ti­ca. Soprat­tut­to le barac­che in cui i depor­tati era­no costret­ti a vivere ave­vano a mio parere, un aspet­to abbas­tan­za “neu­tro” o meglio, davano sì l’idea delle con­dizioni in cui queste per­sone era­no costrette a vivere ma purtrop­po cre­do che non par­li­no abbas­tan­za del­l’or­rore vis­su­to in quei luoghi. Per pre­cis­are, forse la dif­feren­za tra le crude immag­i­ni che siamo abit­uati a vedere e le con­dizioni attuali del cam­po di Dachau era decisa­mente trop­po net­ta.
Un altro aspet­to che comunque mi ha col­pi­to in modo par­ti­co­lare è sta­to quel­lo più cupo e triste in asso­lu­to: i forni cre­ma­tori. Come ogni cosa lega­ta e pre­sente nel cam­po, anche e soprat­tut­to i forni sono cer­ta­mente sim­bo­lo di morte ma, guardar­li da per­sona con­sapev­ole del­l’or­rore accadu­to, può dare un sen­so di lib­er­azione totale dalle sof­feren­ze che il mon­do ha dato a quelle migli­a­ia di vit­time. Nonos­tante ci siano sta­ti diver­si aspet­ti del cam­po che non ho apprez­za­to, l’es­pe­rien­za fat­ta al cam­po sarà cer­ta­mente molto dif­fi­cile non ricor­dare.

Dachau 3

Sari­ta Fel­trin
È stra­no attra­ver­sare quel pic­co­lo can­cel­lo con la scrit­ta sim­bo­lo “Arbeit macht frei”, var­care quel­la soglia sig­nifi­ca entrare in un mon­do fuori dal­lo spazio e dal tem­po, per­cor­rere la stes­sa stra­da che ha por­ta­to migli­a­ia di per­sone alla morte non molti anni fa e che for­tu­nata­mente oggi con­duce noi al cuore del ricor­do.
Riper­cor­rere pas­so pas­so le tappe del­lo ster­minio e del ter­rore è sta­to molto impor­tante per­ché per com­pren­dere pien­amente il sen­so del nos­tro per­cor­so è nec­es­sario vedere gli ogget­ti che appartenevano ai depor­tati, le foto che rap­p­re­sen­tano il vero, le stanze dove migli­a­ia di per­sone sono morte e suc­ces­si­va­mente bru­ci­ate o ammuc­chi­ate e las­ci­ate a mar­cire come bestie.
Quat­tro giorni fa pen­sa­vo che entran­do nel cam­po avrei prova­to dis­gus­to per le bestie che han­no per­me­s­so tut­to ciò, tris­tez­za e com­pas­sione per chi è sta­to pri­va­to del­la pro­pria dig­nità e annul­la­to come per­sona; così è sta­to, ma mi sono sor­pre­sa quan­do ho prova­to anche felic­ità, per essere lì, per pot­er impara­re qual­cosa di nuo­vo, per diventare una por­tav­oce del ricor­do e per pot­er rac­con­tare, far vedere le foto e i video che ho fat­to ad altre per­sone. Sono diven­ta­ta una tes­ti­mone atti­va, non baso più le mie conoscen­ze solo sui lib­ri ma potrò par­lare delle con­dizioni di vita dei depor­tati aven­do ben chiaro in mente i “let­ti” nei quali dormi­vano, i “bag­ni” che uti­liz­za­vano, i lavori che era­no costret­ti a fare, gli esper­i­men­ti sci­en­tifi­ci che dove­vano sop­portare, la morte che li aspet­ta­va.…..
Il viag­gio del­la memo­ria però non deve servire solo a ricor­dare qual­cosa di pas­sato, ma anche a far riflet­tere sul pre­sente; “E’ accadu­to, può accadere di nuo­vo” è una frase che non deve lim­i­tar­si ad essere uno slo­gan nel giorno del­la memo­ria, ma uno spun­to di rif­les­sione estrema­mente attuale. La scuo­la deve for­mare un cit­tadi­no che abbia sen­so criti­co, pron­to a difend­ere i pro­pri dirit­ti quan­do questi ven­gono negati o c’è il peri­co­lo che suc­ce­da.
La crisi che attra­ver­si­amo oggi non è solo eco­nom­i­ca, ma anche morale, purtrop­po prob­le­mi che inizial­mente non sem­bra­no gravi, pos­sono diven­tar­lo.
La tele­vi­sione, che migli­a­ia di per­sone guardano, aumen­ta ogni giorno l’o­dio razz­iale facen­do apparire ai nos­tri occhi l’im­mi­gra­to come un inva­sore e non come un uomo bisog­noso di aiu­to, scap­pa­to dal­la sua ter­ra d’o­rig­ine spes­so per sal­var­si la vita o per sfamare la pro­pria famiglia. Cre­do sia impor­tante pen­sare al per­ché una per­sona las­ci la pro­pria casa e i pro­pri cari; forse la sua non era più vita ma soprav­viven­za. In questi viag­gi dovrem­mo ren­der­ci con­to di quan­to siamo for­tu­nati a vivere in un paese dove uscen­do di casa non dob­bi­amo avere pau­ra che scop­pi una bom­ba o che un nos­tro caro muoia, un paese nel quale esiste anco­ra la lib­ertà di paro­la e di stam­pa. Il nos­tro com­pi­to è quel­lo di oppor­si a chi­unque ten­ti di instau­rare una dit­tatu­ra o uti­lizzi la guer­ra per ster­minare popoli traen­done un guadag­no eco­nom­i­co definen­dole mis­sioni di pace, per­ché con la vio­len­za è pos­si­bile pro­durre solo altra vio­len­za e accrescere l’o­dio.

Gaia Canac­ci­ni
8 aprile 2014: ore 5:05 la sveg­lia suona, mi alzo, mi vesto, pren­do le mille valigie e scap­po all’au­to­bus. Sono pronta per un’al­tra “avventura”nella sto­ria. Ho pre­so tut­to, il cor­ag­gio e la forza nec­es­sari per par­tire. Dopo un viag­gio che è sem­bra­to inter­minabile, siamo final­mente arrivati a Mona­co.
9 aprile 2014: sta­mani è il giorno più impor­tante del nos­tro viag­gio nel­la memo­ria. Andi­amo a Dachau. Per me è la pri­ma vol­ta in cui entro in un cam­po, il pri­mo costru­ito, nato come cam­po di lavoro, amplia­to con il tem­po. Adesso nel cam­po è sta­to allesti­to un museo dove ven­gono riper­corse le tappe del­lo ster­minio ( in ver­ità lo scor­so anno sono entra­ta nel cam­po di Ravens­bruk, ma non ho potu­to davvero vedere cosa era un cam­po).
La pri­ma cosa che vedono i miei occhi è quel grosso can­cel­lo con la scrit­ta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Incred­i­bile credere che quel­la frase accogliesse i depor­tati, pri­gion­ieri e future vit­time del­la crudeltà umana.
Il can­cel­lo si chi­ude alle mie spalle, di fronte a me l’im­men­so piaz­za­le per gli appel­li; pote­va con­tenere un’im­men­sità di per­sone, è una sen­sazione assur­da, sen­tir­si il niente nel niente. Ho inizia­to a cam­minare, solo il rumore dei sas­si sot­to i miei pie­di, niente altro. Face­va fred­do, il ven­to mi toc­ca­va la pelle io pen­sa­vo: i depor­tati pri­ma di me han­no cam­mi­na­to su questi sas­si e loro non ave­vano né cap­pot­ti, né cap­pel­li a pro­tegger­li dal fred­do. Di fronte al piaz­za­le c’è una barac­ca: den­tro gran­di stanze con let­ti a castel­lo dove dormi­vano in trop­pi rispet­to a quel­li che che questi let­ti pote­vano ospitare. Pote­vano trovare un po’ di sol­lie­vo con un mat­eras­so di paglia. Ed era­no uomi­ni, non ani­mali.
In un’al­tra stan­za quel­li che era­no i bag­ni, file di water una di fronte all’al­tra, nes­suna pos­si­bil­ità di pri­va­cy. Il cam­po è immen­so, non finisce più ed io con­tin­uo a cam­minare nel viale alber­a­to che sep­a­ra le due file di barac­che di 17 costruzioni cias­cu­na. In fon­do un ponte, un can­cel­lo pro­tet­to da filo spina­to: oltrepas­sare questo ponte vol­e­va dire diriger­si ver­so la morte. Infat­ti qui si trovano i due forni, i nuovi e i vec­chi. La sen­sazione è sem­pre quel­la, un nodo allo stom­a­co, un sen­so di vuo­to den­tro e l’im­poten­za.
Cosa pos­so fare?
Qual­cosa che io pos­sa fare c’è: non arren­der­mi al tem­po, non dimen­ti­care mai. Ogni vol­ta che mi viene data la pos­si­bil­ità, devo coglier­la, ed essere il tramite tra la sto­ria, che io ho la pos­si­bil­ità di riv­i­vere e i miei com­pag­ni.
Queste espe­rien­ze sono espe­rien­ze di vita. Ti ren­dono migliore e ti fan­no crescere. È sta­to dif­fi­cile allon­ta­nar­si da questo luo­go, non solo per i can­cel­li, i recin­ti e il filo spina­to, ma anche per­ché hai un peso trop­po grande sul­lo stom­a­co. Una respon­s­abil­ità enorme.….
Ritorno a casa. Sicu­ra­mente ave­vo già un bel peso da por­tar­mi dietro (le mie valigie) ma adesso ho tan­to in più da dare e tenere con me.

Gia­co­mo San­dri­ni
9 aprile 2014: sono a Mona­co di Baviera. L’ho sem­pre sog­na­to, è la cit­tà dei miei sog­ni. Pre­cisa, anti­ca e mod­er­na allo stes­so tem­po. Cir­con­da­ta dai mon­ti, dalle Alpi. Fred­do inten­so, neve fino ad aprile, ed un cli­ma abbas­tan­za mite in estate. Final­mente ci sono, dopo 10 ore di viag­gio in cui ho vis­to tut­ta l’I­talia del nord, il Tiro­lo ital­iano ed aus­tri­a­co, Ins­bruck. Mer­av­igliosa. Tut­to è tran­quil­lo, fa per me. Sono venu­to due volte in gota in Ger­ma­nia eppure entrambe le volte non ho potu­to e non pos­so tut­t’o­ra, fare a meno di pen­sare alla sto­ria travagli­a­ta e dolorosa di ques­ta nazione. Una nazione che si è for­ma­ta nel 1871 e che, mal­gra­do abbia per­so due guerre mon­di­ali e sia sta­ta divisa per anni in due sta­ti, è rius­ci­ta a tornare la pri­ma poten­za euro­pea.
Eppure non pos­so non pen­sare anche al fat­to che, in soli 12 anni, ques­ta grandiosa nazione sia sta­ta tor­men­ta­ta (è questo il ter­mine gius­to?) da un male oscuro e imper­don­abile.
Non cre­do che rius­cirò mai a gius­ti­fi­care il nazis­mo. Qual­si­asi cosa abbia fat­to Hitler, non si può gius­ti­fi­care. Forse nem­meno spie­gare. Prova­va odio fin nel midol­lo per quegli ebrei che prob­a­bil­mente ave­vano cos­ti­tu­ito pure la sua famiglia. Non riesco a trovare una spie­gazione razionale, o quan­to meno log­i­ca.
Come non riesco a dire se i bom­bar­da­men­ti che han­no raso al suo­lo Berli­no, Dres­da, Ambur­cgo, etc. siano sta­ti sbagliati. C’è tan­to di insp­ie­ga­bile in Ger­ma­nia. A par­tire dai campi di con­cen­tra­men­to. Non era­no addirit­tura cos­tosi per le casse statali?
Sta­mani siamo sta­ti a Dachau. Non sono rimas­to col­pi­to dal cam­po in sé. Purtrop­po la nos­tra soci­età ci ha abit­uati a non provare emozioni. Sono rimas­to col­pi­to, ma forse ci vor­rebbe una paro­la più forte, dal­l’u­so che ne veni­va fat­to. Pos­so lieve­mente com­pren­dere, ma non lo gius­ti­ficherò mai, l’u­so iniziale : elim­inare gli oppos­i­tori. È quan­to meno, parzial­mente, razionale. Ma non è razionale ster­minare gli ebrei in quan­to tali. È dis­ec­o­nom­i­co, illogi­co, stu­pido e per di più mal­va­gio.…
11 aprile 2014: sti­amo par­tendo. Tor­ni­amo a Piom­bi­no. È sta­to come ho già det­to il mio sec­on­do viag­gio in Ger­ma­nia e pos­so dire che la amo sem­pre di più. Ne sono affas­ci­na­to dal­la lin­gua e dal­la sto­ria. Tut­to ordi­na­to, tut­to mod­er­no, puli­to, civile.
File di alberi in fiore costeggiano prati­ca­mente tutte le strade e anche la per­ife­ria è tira­ta a luci­do.
Anche Dachau è sit­u­a­to in un pos­to bel­lis­si­mo, cir­conda­to da tor­ren­ti, prati e boschi. È vera­mente un pae­sag­gio bucol­i­co. E tut­tavia den­tro questo par­co, vici­no a case, fat­to­rie e chiesette, c’era quel­lo che tut­ti conosce­vano e nes­suno vede­va o vol­e­va vedere. Il lato oscuro del­la luna, il lato oscuro del­l’uo­mo. Quel Mr Hyde che spes­so, per for­tu­na non sem­pre, vince la razion­al­ità e si impos­ses­sa di noi.
Eppure a Dachau non c’è niente di irrazionale appar­ente­mente. Tut­to, siamo in Ger­ma­nia, è ordi­na­to, pre­ciso, razionale. Mec­ca­ni­co. Mal­va­gio. Malefi­co. Eppure, incred­i­bil­mente med­i­ta­to, stu­di­a­to, scrupolosa­mente real­iz­za­to. È una mac­chia enorme sul­la can­di­da veste del­la civile Ger­ma­nia. Una mac­chia indelebile che nul­la può rimuo­vere. Si può nascon­dere, farne dimen­ti­care l’e­sisten­za, cucire sopra una top­pa. E si può fare in due modi: negan­done l’e­sisten­za e cer­can­do di allon­ta­narne il ricor­do. Pen­so che fac­cia così chi vive a Dachau, chi vive in questo paese. Spes­so si sente dire ai tedeschi che Hitler era aus­tri­a­co, come a vol­er­si lib­er­are di un’om­bra oscu­ra. Forse, però è l’u­ni­co modo per soprav­vi­vere. Non con­di­vi­do, ma lo capis­co, almeno in parte. Quel che non capis­co è come questi sig­nori, questi “ uomi­ni” che pas­sa­vano tut­to il giorno a med­itare come elim­inare la raz­za ebraica e a per­pe­trare la specie (come le bestie), amassero le scien­ze, la cul­tura e la musi­ca. Ieri siamo sta­ti al Deutsch muse­um; museo del­la scien­za. Mi è tor­na­ta alla mente l’im­mag­ine di Dachau.
Dachau è sta­to prodot­to dal­la scien­za, da una ragione irrazionale. Un’om­bra nera sot­to questo cielo azzur­ro che ci las­ci­amo alle spalle.
Abbi­amo da poco pas­sato Man­to­va, la cit­tà di Vir­gilio. Alla tele­vi­sione del­l’au­to­bus abbi­amo vis­to un doc­u­men­tario sul fas­cis­mo. Mia non­na mi ha dato il suo “Libro del­la V° ele­mentare” e un po’ l’ho sfoglia­to ed ho riv­is­to tutte quelle pagine nel­la mia mente. Mi ha pro­fon­da­mente toc­ca­to. Un po’ per­ché quel peri­o­do del­la sto­ria, quel­l’in­ver­no del mon­do, mi inter­es­sa, un po’ per­ché durante la guer­ra, a causa del­la guer­ra, mio non­no perse il fratel­lo e il padre. E quan­do per l’en­nes­i­ma vol­ta ho sen­ti­to le parole di Mus­soli­ni da quel famiger­a­to bal­cone in piaz­za Venezia, mi sono qua­si com­mosso. Non so per­ché, anche se pro­vo pro­fon­da repul­sione ver­so il fas­cis­mo, il Duce e il Re, ne sono affas­ci­na­to. Non li sop­por­to, ma quan­do sen­to e vivo i dis­cor­si di Mus­soli­ni, mi sen­to parte del­la fol­la: vuol dire che era­no effi­caci. La gente lo sup­por­t­a­va e ne era ammali­a­ta. A tut­ti piace far parte di un paese grande, impor­tante nel mon­do. Mus­soli­ni ave­va colto questo deside­rio e pos­to le basi per i rab­biosi dis­cor­si di Hitler. Il prob­le­ma è che la retor­i­ca sul­la via del­la grandez­za non bas­ta. Bisogna anche trovar­si dei nemi­ci e poi vin­cer­li. Pri­ma i “negri” poi le “plu­tocra­zie occi­den­tali”, poi gli ebrei, il nemi­co per­fet­to, il nemi­co in patria. Sul libro del­la V° classe ci sarà più o meno un para­grafo sug­li ebrei. Non era­no impor­tan­ti. E sono inutili strozzi­ni, assas­si­ni di Cristo. Ma era­no il nemi­co per­fet­to. In ques­ta lot­ta Hitler era l’al­leato ide­ale. La guer­ra anda­va bene e nel ’40 Mus­soli­ni si unì al Fuhrer. Vin­cere! Ma perdem­mo. Non solo la guer­ra ma tante vite. Ora siamo a Mod­e­na. Il viag­gio è anco­ra lun­go.….
Abbi­amo can­ta­to “Bel­la ciao”. I val­ori del­l’an­ti – fas­cis­mo mi scal­dano il cuore più di qual­si­asi cosa. Mi ispi­ra­no lib­ertà, pace, bellez­za. Per for­tu­na che tan­ti uomi­ni e donne si sono con­trap­posti ai regi­mi neri, han­no lot­ta­to con­tro il male, si sono sac­ri­fi­cati e han­no vin­to, loro sì, la guer­ra.
A Berli­no, sul muro, c’è una scrit­ta “Molti pic­coli uomi­ni, che in molti pic­coli luoghi, fan­no molte pic­cole cose, pos­sono cam­biare la fac­cia del mon­do” .
La sem­plic­ità di questi par­ti­giani, di questi uomi­ni sem­pli­ci e puri non può che inseg­nar­ci. Ne dob­bi­amo fare tesoro. E sta­vol­ta davvero.…”Bella ciao, ciao, ciao.…..”

Clau­dia Ullo
8 aprile 2014: la sveg­lia suona.…è ora di sveg­liar­si, vestir­si e pren­dere l’au­to­bus, sì quel­l’au­to­bus che ci avrebbe por­ta­to in Ger­ma­nia. Durante il viag­gio non sem­bra­va di dover andare in quel pos­to, il pos­to del­la crudeltà, dove cer­ti “uomi­ni” era­no con­siderati peg­gio delle bestie. Arrivati in Ger­ma­nia e più pre­cisa­mente a Mona­co, dopo 12 lunghissime ore, c’è la sis­temazione in alber­go, la soli­ta con­fu­sione nel­la dis­tribuzione delle camere; non conosce­vo nes­suno tranne Giu­lia che è diven­ta­ta poi la mia com­pagna di stan­za. Sis­temazione in alber­go, asseg­nazione delle camere, “pri­mi lavag­gi”.… e final­mente cena. Non saprei dire se “Final­mente!”: iniziamo la nos­tra cena con una zup­pa, come sec­on­do i clas­si­ci wurs­tel tedeschi e arriv­i­amo al dolce…e che dolce! Budi­no, defini­to da loro al cioc­co­la­to, con savoiar­do.
9 aprile2014: sveg­lia presto, colazione e auto­bus diret­ti a Dachau: il pos­to dove migli­a­ia di per­sone, uomi­ni, donne, bam­bi­ni, ebrei, omosessuali.….hanno per­so la loro vita o han­no vis­su­to in modo inde­cente. Saliamo sul­l’au­to­bus e durante il tragit­to Mona­co – Dachau, non­no Mau­ro ci ha fat­to vedere un fil­ma­to in preparazione a ciò che sarem­mo andati a vedere. Il fil­ma­to è sta­to molto toc­cante, vedere i sol­dati aprire i can­cel­li del cam­po di con­cen­tra­men­to e vedere come era­no ridotte queste per­sone. Ridotte alla fame, malati.….
Sce­si dal­l’au­to­bus ci diri­giamo tut­ti ver­so l’in­gres­so del cam­po e qui ci è sta­ta con­seg­na­ta una audio – gui­da che poi ci avrebbe illus­tra­to tut­to il per­cor­so.
Iniziamo la nos­tra “avventura”passando il can­cel­lo dove tut­ti i depor­tati pas­sa­vano. Sul can­cel­lo c’era una scrit­ta, quel­la scrit­ta che ha ingan­na­to migli­a­ia e migli­a­ia di per­sone (il lavoro vi ren­derà liberi). Pas­sare da quel can­cel­lo mi ha per un momen­to cat­a­pul­ta­ta nel pas­sato e un briv­i­do fred­do mi ha attra­ver­sato tut­to il corpo.…si entra. Devo essere sin­cera, cre­de­vo di avere una reazione diver­sa una vol­ta entra­ta; non so, mi aspet­ta­vo qual­cosa di diver­so, forse per­ché le barac­che dove i depor­tati dormi­vano era­no state ristrut­turate, rip­ulite. Mi han­no invece col­pi­to alcune opere poste nelle sale di smis­ta­men­to den­tro al museo e all’ester­no. Ren­de­vano molto l’idea di ciò che era­no la dis­per­azione, la tris­tez­za era stam­pa­ta nel loro volto, quel volto dis­trut­to e smagri­to da amene per­sone che si defini­vano di raz­za pura, supe­ri­ori a tut­to e a tut­ti.
Alle 10.30 nel­la sala film del museo han­no proi­et­ta­to un doc­u­men­tario, anche questo molto toc­cante. La cosa che in qualche modo mi ha dato un po’ più noia a liv­el­lo emo­ti­vo è sta­ta la visione dei forni cre­ma­tori e del­la cam­era a gas. È orren­do pen­sare che per­sone, indis­tin­ta­mente uomi­ni, donne, bam­bi­ni, veni­vano bru­ciati come se nul­la fos­se, oppure introdot­ti nel­la cam­era a gas, non in ques­ta pre­sente a Dachau che non è mai sta­ta usa­ta, con la scusa del­la doc­cia. Quan­do sono entra­ta sem­bra­va di sen­tire quel­l’odore nau­se­ante di putre­fazione e di “uomo bru­ci­a­to”; so che era impos­si­bile, ma la mia mente ormai era con­dizion­a­ta da ciò che sta­va veden­do. Pas­san­do da un pos­to all’al­tro mi sono resa con­to del­l’­ef­fet­ti­va grandez­za di quel maledet­to cam­po, delim­i­ta­to da muri dec­o­rati, se così pos­si­amo dire, da filo spina­to che sem­bra­vano rac­chi­ud­ere in un recin­to tante bestie. Men­tre cam­mi­na­vo immag­i­na­vo quelle per­sone costrette a lavo­rare ai coman­di dei gen­er­ali tedeschi, indipen­den­te­mente dal tem­po, pen­sa­vo “noi abbi­amo fred­do, con i piu­mi­ni, le scia­rpe , sti­vali e loro?” beh loro lavo­ra­vano solo con dei pan­taloni e delle giac­che spes­so nem­meno del­la loro taglia e degli zoc­coli che con il fred­do face­vano venire le vesci­che, ma guai a chi si lamen­ta­va per qual­cosa, altri­men­ti botte, punizioni o nei peg­giori dei casi, la morte.
Per­sonal­mente tut­to questo mi ha fat­to riflet­tere un sac­co. Ho capi­to molte cose, come apprez­zare tut­to ciò che abbi­amo, non avere pregiudizi sulle per­sone.
Queste sono espe­rien­ze che dovreb­bero pot­er fare tut­ti, per­ché è solo gra­zie a questo e al sapere che l’uo­mo si for­ma, impara a con­vi­vere con le per­sone sen­za avere pregiudizi, impara ad apprez­zare tut­to ciò che lo cir­con­da, impara a non odi­are le per­sone solo per­ché han­no la pelle scu­ra, o han­no un ori­en­ta­men­to ses­suale diver­so. Sono queste le espe­rien­ze che ren­dono migliori gli uomi­ni per far sì che tut­to ciò che è accadu­to nel pas­sato non si ripeta mai più.
11 aprile 2014: il nos­tro viag­gio sta vol­gen­do alla con­clu­sione, da una parte feli­ci di ritornare a casa, dal­l’al­tra dispiaciu­ti di abban­donare il legame cre­ato con alcu­ni com­pag­ni di viag­gio; ma anche se finisce, il ricor­do di tut­to ciò che ho vis­su­to lo porterò sem­pre den­tro di me come un prezioso bagaglio.

Dachau 4

Mar­ti­na Baloc­chi
8 aprile 2014: stanchez­za e spos­satez­za sono sicu­ra­mente gli agget­tivi che più mi rap­p­re­sen­tano in questo momen­to. Infat­ti oggi è sta­ta una gior­na­ta molto pesante con ben 12 ore di viag­gio in auto­bus.(…) Adesso sono appe­na rien­tra­ta in hotel dopo aver cena­to in un tipi­co ris­torante con­ven­zion­a­to ed aver chi­ac­chier­a­to con altri ragazzi del liceo di scuo­la, pro­fes­sori e soprat­tut­to del pro­gram­ma che ci è sta­to pro­pos­to per questo breve viag­gio (.…) non vogliamo perdere nem­meno un istante di ques­ta mag­nifi­ca espe­rien­za nel­la quale siamo sta­ti coin­volti.
9 aprile 2014:
non tro­vo le parole per descri­vere ques­ta gior­na­ta, in par­ti­co­lare ques­ta mat­ti­na­ta. Forse non ce ne sono per­ché è impos­si­bile descri­vere quel­lo che ho vis­to al cam­po di lavoro di Dachau. Il museo, del quale ho avu­to una ric­chissi­ma descrizione gra­zie all’au­dio – gui­da, è sta­to la con­clu­sione di un per­cor­so che mi ha vis­to impeg­na­ta dal­l’inizio del­l’an­no e che spero di pot­er pros­eguire per i prossi­mi due anni che passerò al liceo, chiam­a­to “Sto­ria e Memo­ria”. C’è sicu­ra­mente mol­ta dif­feren­za tra l’im­mag­i­nar­si ques­ta dura realtà attra­ver­so le foto, i video, i rac­con­ti, i film, e viver­la. Il museo è strut­tura­to molto bene in quan­to con­duce attra­ver­so un per­cor­so che segue quel­lo degli inter­nati e pas­sa attra­ver­so fotografie pri­vate, tes­ti­mo­ni­anze, sala delle doc­ce, stanze dove si trovano i let­ti, il cam­po ester­no e tut­to ciò che ad esso è cor­re­la­to.
Cam­minare sui sas­si dove sono state com­piute ter­ri­bili atroc­ità, toc­care le pareti del­la cam­era a gas sapen­do che migli­a­ia di per­sone sono morte in strut­ture sim­ili, per­sone inno­cen­ti, come noi, con la voglia di vivere e real­iz­zare i pro­pri desideri, ha sus­ci­ta­to in me for­ti emozioni: rab­bia, odio, dis­prez­zo, al pun­to che forse sono sta­ta qua­si “soll­e­va­ta” dal fat­to che le pro­fes­soresse ci abbiano richiam­a­to per andare via.…
11 aprile 2014: sono le 19.30 e sono appe­na rien­tra­ta a casa per­ché il viag­gio è giun­to al ter­mine. Anche oggi, come il pri­mo giorno, è sta­ta una gior­na­ta molto lun­ga e pesante per­ché dopo aver fat­to colazione in hotel, l’au­to­bus si è mes­so in mar­cia: des­ti­nazione Ven­tu­ri­na Terme – Piom­bi­no.
Inutile dire che il viag­gio è sta­to for­mi­da­bile, che il cam­po mi ha seg­na­to molto e che la cam­era a gas mi ha fat­to com­muo­vere; se da un lato ques­ta espe­rien­za mi ha toc­ca­ta, dal­l’al­tro mi ha for­ti­fi­ca­ta. Vedere sem­pre le stesse immag­i­ni, gli stes­si video, sen­tire sem­pre le stesse parole, le stesse musiche, finis­cono per far­ti alzare un muro inte­ri­ore: non di indif­feren­za, ma qua­si come se il cor­po e la mente volessero pro­tegger­si e preser­var­si da tan­to strazio e da tante atroc­ità.

Irene Per­il­lo
9 aprile 2014: la mat­ti­na del 9 aprile abbi­amo inizia­to il nos­tro viag­gio con la visi­ta del cam­po di con­cen­tra­men­to di Dachau, il pri­mo cam­po costru­ito in Ger­ma­nia, nel quale veni­vano man­dati preva­len­te­mente uomi­ni. Ad ognuno veni­va asseg­na­to un tri­an­go­lo di col­ore diver­so per divider­li sec­on­do la cat­e­go­ria al quale appartenevano, ad esem­pio il col­ore rosa veni­va dato agli omoses­su­ali, il nero ai bar­boni, aso­ciali o pen­sion­ati. Il col­ore del tri­an­go­lo rap­p­re­sen­ta­va la col­pa del sin­go­lo uomo se si può definire col­pa. Gli ebrei era­no con­trasseg­nati con la stel­la di David, gial­la. Entrati nel cam­po veni­vano spogliati di tut­to ciò che possede­vano e rivesti­ti come sap­pi­amo bene con una divisa a righe e un paio di zoc­coli con i quali avreb­bero dovu­to svol­gere il lavoro, in qual­si­asi sta­gione, estate e inver­no.
Nel cam­po di Dachau era sta­ta costru­i­ta una cam­era a gas, ma si ritiene che non sia mai sta­ta usa­ta e che quin­di gli ebrei venis­sero man­dati in campi di lavoro vici­ni.
Dachau era spe­cial­iz­za­to negli esper­i­men­ti medici: i pri­gion­ieri veni­vano tor­tu­rati con queste pratiche e la mag­gior parte mori­va dis­trut­to dal dolore.
Arbeit macht frei ‚“il lavoro rende liberi” : è ciò che i pri­gion­ieri trova­vano scrit­to all’en­tra­ta del cam­po. Veni­vano illusi per poi essere straziati fino alla morte. All’in­ter­no del museo del cam­po abbi­amo trova­to la sto­ria di alcu­ni depor­tati, abbi­amo vis­to anche i bag­ni e le doc­ce che pote­vano essere usati sola­mente in cer­ti momen­ti del­la gior­na­ta e in tem­pi molto bre­vi: chi non rispet­ta­va i tem­pi pote­va subire punizioni ter­ri­bili.
Solo chi ha vis­su­to tut­to ciò può sapere cosa si pro­va a pas­sare parte del­la vita in quelle con­dizioni. Cre­do che certe sen­sazioni si pos­sano provare solo in deter­mi­nate occa­sioni e luoghi: il cam­po di Dachau è uno di questi. Il cuore è stret­to e la mente pro­va ad elab­o­rare ciò che è sta­to appe­na vis­to e non riesce a dare un sen­so a tut­to ciò.
11 aprile 2014: tut­to pron­to per la parten­za. …) Si prospet­ta un viag­gio lun­go e stan­cante, ma sapre­mo sicu­ra­mente come dis­trar­ci. Siamo a Mod­e­na, Mau­ro pro­pone una foto di grup­po e tra i fotografi si intru­fo­la anche un cinese.…Mauro ci delizia into­nan­do “Bel­la ciao”che poi can­ti­amo tut­ti insieme.
Siamo stanchi ma sod­dis­fat­ti del­la bel­la espe­rien­za…

Ani­ta Romano
Per quan­to le foto e i video siano pre­cisi non ren­dono gius­tizia al cam­po di con­cen­tra­men­to di Dachau. I luoghi cre­ano emozioni molto più for­ti. Sono in gra­do di ripor­tar­ti indi­etro nel tem­po, come se tu fos­si sta­ta lì, insieme a quelle migli­a­ia di per­sone.
Cam­minare sul­lo stes­so sen­tiero, stare nelle loro stesse camere e vedere, in parte, ciò che quelle per­sone scorgevano ogni mat­ti­na, mi ha stret­to lo stom­a­co in una mor­sa. Le immag­i­ni nei cartel­loni esplica­tivi scor­re­vano davan­ti a me come se vedessi tutte le sto­rie di quelle per­sone. È come se vedessi il loro viso. Ma vedere tante comi­tive sco­las­tiche e tante per­sone in visi­ta al cam­po mi han­no riem­pi­to il cuore.
È bel­lo vedere come tante per­sone cerchi­no di conoscere ciò che è suc­ces­so. È impor­tante il ricor­do per­ché solo gra­zie ad esso pos­si­amo non com­met­tere lo stes­so sbaglio due volte.
Gra­zie a ques­ta visi­ta sen­to che sarò una cit­tad­i­na più respon­s­abile, ma soprat­tut­to sarò un essere umano respon­s­abile nei con­fron­ti di tutte le per­sone che incon­tr­erò.

Ari­an­na Ridi
Sono qui, sedu­ta all’in­ter­no del museo, per scri­vere e rielab­o­rare delle sen­sazioni ed emozioni che sto provan­do attra­ver­san­do ogni pic­co­la stan­za di questo edi­fi­cio. Non pen­sa­vo potessero essere emozioni così for­ti, non pen­sa­vo di com­muover­mi nel vedere gli abiti e le scarpe… cre­de­vo di essere prepara­ta a tut­to ed invece le emozioni sono affio­rate come se questo pos­to, in qualche modo rius­cisse anco­ra a par­lare, ad essere un giu­dice e un tes­ti­mone muto, del­l’or­rore che suc­cesse non trop­po tem­po fa. Entrare qua den­tro, è come sen­tir­si una mosca in un barat­to­lo: non può uscire per quan­to provi con tutte le sue forze a scap­pare.
Non­na mi ha rac­con­ta­to così tante volte di questo cam­po, che pen­sa­vo di avere la sua immag­ine impres­sa nel­la mente. Entram­bi i fratel­li del­la mia non­na sono sta­ti qui, dove adesso sono io, han­no calpes­ta­to ques­ta ghi­a­ia, han­no res­pi­ra­to ques­ta stes­sa aria e guarda­to come me ver­so il cielo, sono sicu­ra che lo han­no fat­to per­ché puntare lo sguar­do ver­so qual­cosa di infini­to, pen­so che aiu­ti a lib­er­are un po’ l’an­i­ma, a sen­tir­si meno soli e sicu­ra­mente a guardare al futuro, con un min­i­mo di sper­an­za, per quan­to min­i­ma ed effimera pos­sa essere. Beh sì fa male, fa male sapere che un tuo par­ente è sta­to spoglia­to, rasato e denu­tri­to come altre mil­ioni di per­sone che sem­bra­no così lon­tane eppure sono così vicine.
11 aprile 201: inutile scri­vere del­lo shop­ping, del mon­do Bmw, delle cene che han­no las­ci­a­to alquan­to a desider­are, ma questo è nor­male. Las­cian­do perdere queste cavolate, inizio a scri­vere davvero. Sono feli­cis­si­ma di aver potu­to fare ques­ta espe­rien­za. Era­no 10 anni che vole­vo andare a vedere un cam­po di con­cen­tra­men­to, per fare ques­ta mag­nifi­ca espe­rien­za. I lib­ri, le foto, i video, i rac­con­ti non bas­tano per ricor­dare, non sono suf­fi­ci­en­ti per rius­cire a capire l’or­rore e le atroc­ità che quei pazzi tedeschi, italiani…hanno fat­to. Non riesco a capac­i­tar­mi di come un uomo pos­sa odi­are così’ tan­to altri uomi­ni, non riesco a capire come sia pos­si­bile esercitare una tale vio­len­za su qual­si­asi essere vivente. Non so con quali occhi rius­ci­vano a guardare quelle larve, deboli, frag­ili sen­za più alcun trat­to umano. Mi chiedo come sia pos­si­bile portare una don­na anziana in una cam­era a gas, sen­za provare alcun tipo di sen­ti­men­to di pietà, amore o sol­i­da­ri­età. Ringrazio tut­ti per questo bel­lis­si­mo per­cor­so, ringrazio tut­ti per­ché Mona­co e ques­ta espe­rien­za rester­an­no sem­pre impresse nel­la mia memo­ria, per non dimen­ti­care mai cosa è suc­ces­so, per essere anch’io tes­ti­mone e por­tav­oce di questo orrore.
Anche il doc­u­men­tario che Mau­ro ci ha fat­to vedere, era sec­on­do me un rias­sun­to, per­fet­to e indis­cutibile, per rac­chi­ud­ere al meglio questi quat­tro giorni. Era anche un modo per capire che non c’er­a­no solo gli ebrei, gli zin­gari, i dis­abili etc. ma anche per­sone nor­malis­sime che per una serie di motivi si sono trovate a lottare nei campi di con­cen­tra­men­to per un pez­zo di pane. Altra cosa inter­es­sante del doc­u­men­tario è che ha sot­to­lin­eato come all’in­ter­no dei campi non ci fos­se solo l’e­go­is­mo e la sopraf­fazione, come se volesse evi­den­ziare che l’o­dio dei nazisti o fascisti non è rius­ci­to a dis­trug­gere gli esseri umani inte­si come per­sone che amano, che sono sta­ti capaci di rin­un­cia­re ad un pez­zo di pane per aiutare un loro sim­i­le o di portare in spal­la chi sta­va male per sal­var­lo dal­la morte e da altra vio­len­za.
Mi ha com­mossa la sce­na in cui la bam­bi­na dà la caramel­la al pro­tag­o­nista. Mi ha com­mossa per­ché questo sig­nifi­ca che i bam­bi­ni, nel­la loro purez­za e sem­plic­ità, non vedono dif­feren­ze tra ebrei, rom, neri, per­ché vedono soltan­to un essere umano, come loro, che sta sof­fren­do. Questo fil­ma­to pen­so che abbia lan­ci­a­to mes­sag­gi impor­tan­ti e fon­da­men­tali, che dob­bi­amo cus­todire gelosa­mente, per riflet­tere e capire, anche qual­cosa in più di noi stes­si. Ringrazio anco­ra tut­ti per aver­mi per­me­s­so di real­iz­zare un pic­co­lo grande sog­no!
Spero che sia sta­ta un’es­pe­rien­za pos­i­ti­va anche per i miei com­pag­ni di viag­gio.

Dachau 5

Ari­an­na Righ­i­ni
“Il lavoro rende liberi”: abbi­amo appe­na var­ca­to il can­cel­lo d’en­tra­ta del cam­po di con­cen­tra­men­to di Dachau. Mi guar­do intorno, sen­to soltan­to molto fred­do, pol­vere e ricor­di lon­tani di ombre nascoste.
Per pri­ma cosa, riten­go di dover­mi scusare con tut­ti voi, sì con tut­ti voi che da schi­avi avete pianto l’in­ver­no più lun­go del­la vos­tra vita. Mi scu­so poi per non pot­er capire il dolore, la vita, le per­cosse e l’a­maro sapore del cam­po. Sono qui a chie­der­mi il moti­vo di “tut­to questo”: per­sone come bestie, come scarafag­gi dei quali non rimane che un respiro. Mi sto muoven­do, e facen­do­lo calpesto la stes­sa ter­ra che ha sop­por­ta­to il peso dei vostri spas­mi: siete come la neb­bia, la forza con cui dirompete nel­la mia mente, è tale da ubri­acar­mi di tris­tez­za.
Ho vis­to i vostri nomi, le vostre cose, i vostri volti stanchi e la forte sper­an­za che vi ha reso degli eroi: tut­to mi rende così vul­ner­a­bile e incredu­la. Sfi­dan­do ora dopo ora la pau­ra e rin­un­cian­do alla vos­tra pace vi siete affi­dati a quei non – uomi­ni con grande cor­ag­gio. Per un istante ho immag­i­na­to di ved­ervi tut­ti salu­tar­mi immo­bili e sereni di fronte a me, di una seren­ità pura e umana, e mi sono sen­ti­ta felice. Così bel­li, vivi e liberi, tenevate stret­ta tut­ta la gioia del mon­do: in quel­l’is­tante ho com­pre­so la poten­za del ricor­do.
E per con­clud­ere ques­ta mia pic­co­la rif­les­sione deci­do di salutare i bam­bi­ni: bam­bi­ni soli, sen­za fav­ole del­la notte, privi del dirit­to al pianto e ignari del­lo stra­no gio­co entro il quale si trova­vano.
Ora chiedo a voi “Pen­satela, pen­sate ad una sto­ria ed io in questo nor­malis­si­mo momen­to di vita, ve la racconterò…fin quan­do vor­rete, fin quan­do non dormirete miei pic­coli mar­tiri.”.
11 aprile 2014: rif­les­sione iso­la­ta durante il mio ritorno, pen­so “uccidere”, la forza del male. Loro lo han­no vis­to fare come poveri ani­mali. Temo che di fronte a questo, per ren­der­si con­to, non ser­va per forza sapere, l’em­pa­tia diviene comune e nor­male tra tut­ti e la triste sto­ria affio­ra come veleno.
Loro non se ne sono mai andati, loro, me ne ren­do con­to più che mai.
Ma io cre­do che ci sia un pos­to lassù, per voi, veri uomi­ni in cui vivere è dolce e non esiste più “sof­frire”.

Denise Minel­li
9 aprile 2014: ci sveg­liamo presto per andare a vis­itare il cam­po di con­cen­tra­men­to di Dachau.
Pri­ma di entrare mi è sem­bra­to tut­to molto alle­gro per i molti fiori e le molte piante col­orate che per­cor­rono il viale che por­ta al can­cel­lo d’en­tra­ta. Appe­na vis­to quel famoso can­cel­lo però l’at­mos­fera è cam­bi­a­ta, quan­do l’ho oltrepas­sato il pen­siero è anda­ta a quelle migli­a­ia di per­sone che pri­ma di me ave­vano fat­to la medes­i­ma cosa, ma la loro sto­ria era pros­e­gui­ta in modo total­mente diver­so.
Var­ca­ta la soglia d’en­tra­ta, un grande spi­az­zo prati­ca­mente pri­vo di ogni cosa e cir­conda­to da barac­che trasmette, almeno a me , un sen­so di des­o­lazione e tris­tez­za, è sta­to come se già veden­do la strut­tura del cam­po si rius­cisse a per­cepire la sof­feren­za e la dis­per­azione che dove­vano aver per­va­so il cam­po in tem­po di guer­ra.
Sul­la destra tro­vi­amo un “museo” che ha lo scopo di dare infor­mazioni base nec­es­sarie per la visi­ta del cam­po.
Usci­ti da ques­ta mostra mi sono avvi­a­ta ver­so i dor­mi­tori che si trovano dal­la parte sin­is­tra del cam­po. Sin­ce­ra­mente il fat­to che questi siano sta­ti sis­temati e ristrut­turati, anche se per neces­sità, ha lev­a­to un po’ di atmos­fera cupa. Nat­u­ral­mente non per questo si pote­va rimanere indif­fer­en­ti davan­ti ad una sim­i­le visione, per­ché quei let­ti tut­ti attac­cati, sep­pur sis­temati, davano comunque l’idea di come pote­va essere la situ­azione.
Ciò che mi ha col­pi­to mag­gior­mente nel cam­po sono sta­ti i forni cre­ma­tori. Entran­do nel­la sezione apposi­ta, ded­i­ca­ta ai forni, fa rab­bri­v­idire pen­sare all’or­ga­niz­zazione tedesca che ave­va cre­ato ogni stan­za per uno scopo pre­ciso. Vi era infat­ti la stan­za dove i depor­tati era­no costret­ti ad atten­dere quel­la che dal loro pun­to di vista dove­va essere una doc­cia. Dopo esser­si spogliati dei loro vesti­ti i depor­tati avan­za­vano e arriva­vano in una stan­za dal­l’aspet­to buio e cupo che sul sof­fit­to ha dei buchi dai quali dove­va uscire il gas e delle nappe dalle quali si dove­va pen­sare che uscisse acqua.
Ciò che mi ha col­pi­to del cam­po è sta­to anche il fred­do, pun­gente anche se era già aprile.
Mi è sor­ta spon­tanea­mente una doman­da: “Come face­vano questi poveri uomi­ni con­dan­nati a lavo­rare a con­vi­vere con un fred­do lac­er­ante privi di ogni cosa”.
In gen­erale pen­so che vedere un cam­po di con­cen­tra­men­to sia sta­ta un’es­pe­rien­za impor­tante, per­ché aiu­ta a com­pren­dere meglio cosa sia sta­to l’olo­caus­to e a capire di più di che cosa sti­amo par­lan­do quan­do usi­amo questo ter­mine.

Dachau 7

 

 

 

 

 

 

 

 

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